martedì 27 dicembre 2022

1987-2022

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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The loneliest - Maneskin

Dottore, gli incubi si fanno sempre più angoscianti. Anche da sveglio si presentano ogni tanto. 
Basta poco ormai per farmi precipitare in quel vuoto. Spesso l'anticamera del vuoto è fatta di flashback che hanno il potere di farmi sentire un martello che manda in frantumi questo cuore di cristallo e un coltello che penetra lo stomaco ripetutamente. Ho perso la resilienza. 
A volte, forse troppe, penso che ho visto abbastanza brutture e storture della vita, più di quello che avrei potuto immaginare per un agiato giovane uomo nato da una famiglia di gente onesta e lavoratrice, nipote di nonni che hanno vissuto l'orrore della guerra, delle bombe che cadono in testa e distruggono case, ricordi e vite, dei marocchini che fanno strazio dei corpi e delle menti, della fame e del freddo.
Certe volte l'ossigeno che respiro mi sembra sporco, inquinato. Certe volte penso che non posso tollerare più di respirarlo. Certe altre spero di riuscire ancora nella mia impresa di mantenere la promessa e non cedere. 
Ci sono giorni in cui è come stare sulle montagne russe: scendo negli inferi e risalgo nel giro di poco. Altri giorni l'abisso infernale non riesco proprio a lasciarlo, anzi sembra quasi più accogliente di qualsiasi cosa possa esserci al di sopra perché più in sintonia con la parte preponderante di me. E poi, dottore, siamo onesti: risalire è pesante; bisogna trovare la forza, raccoglierla, credere e convincersi di essere in grado di rialzarsi. E io, dottore, quella forza non ce l'ho più ormai. Io sono già morto. Sono un corpo inerte. 
Emozioni e sentimenti positivi sono stati completamente sbriciolati, della fine dei miei sogni ad occhi aperti non ho neanche parole per parlarne, nessuna è davvero efficace. Al loro posto c'è solo quel vuoto che si allarga oltre i confini che aveva prima. Quelli che erano gli argini del mio vuoto sono svaniti nel nulla, spazzati via da mani che credevo salvifiche, più volte nel corso della mia vita. E quel vuoto, volta dopo volta, non ha avuto contenimento, ha soppiantato ogni cosa buona e ora, persino, la mia fame di resistere.
Dottore, non mi aspetto più niente, mi chiedo solo come sarà il passaggio. Non posso sopportare l'idea di portare tutto questo pesante e angosciante vuoto nel prossimo anno. A breve mi caricherei di una candelina in più e se penso all'ipocrisia delle ultime spente, beh, dottore, a me manca proprio il coraggio di farmi più male di quanto non me ne farei mettendo fine a tutto questo. 
Sono pronto, mi dispiace solo di aver infranto la promessa. 

giovedì 21 dicembre 2017

I got a plan in my mind and i won't let go

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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Doc, la verità è che ho trent’anni e parlo da solo, quando sto solo. Beh, a dire il vero, a volte sembra mi scappi anche quando non sto solo, ma mi controllo. Cioè, la maggior parte delle volte mi controllo. Quando non riesco, maschero con un sonoro “uuuffff!” o “mmmmmmh!”.
Ho comprato un pesce Doc. Parlo anche col pesce. Quello non mi risponde. Fa niente! Mi so’ esercitato una vita a fa’ i monologhi. Ho pure ringraziato il pesce rosso nell’elaborato di tesi triennale. Questo però non è un pesce rosso. Manco esisteva davvero un pesce rosso all’epoca. L’ho scritto per fa’ il cazzone, il ribelle. Per fare quello che trova un suo modo per venire meno alle convenzioni sociali, standoci comunque dentro. Il pesce non esisteva, ma io ogni tanto già parlavo da solo. La faccia che ha fatto il Presidente della Commissione quando ha letto i ringraziamenti non me la dimenticherò mai. Doc, io non mi ricordo niente della mia laurea triennale. Ricordo solo di aver attraversato la porta dell’aula quando ho sentito il mio nome, di aver buttato giù il sorso d’acqua più pesante che avessi mai bevuto e di aver preso posto davanti al proiettore. Mi sono risvegliato alla fine, quando il Presidente leggeva i ringraziamenti e ha fatto quella faccia mentre diceva: “lei ringrazia il pesce rosso?!”.
Io, come altre volte, in quei dieci minuti di esposizione della mia tesi mi ero trasformato in un animale da palcoscenico.
È una vita che faccio l’animale da palcoscenico non avendone le doti.
Perché lo faccio? Bella domanda! Ma lei davvero pensa che so’ venuto fin qui, dopo anni, a farmela fare da lei senza essermela mai fatta io per primo? Mi sottovaluta parecchio, Doc! Io sono venuto qua per farmi dare risposte, non per darmele da solo. E se mi costringe a darmele da solo, allora voglio almeno un cazzo di segno di assenso quando becco la risposta giusta! Sto teatrino che mi fa le domande, io rispondo e lei rimane muto deve finire, Doc!
Come so che ho fatto l’animale da palcoscenico? Ho rivisto il video. Una volta sola. Mi secca riguardarmi, soprattutto quando non mi riconosco. Quando sembro uno strafottente, un so-tutto-io. Gli amici, non lo so se per obbligo sociale o per ipocrisia o perché davvero mi vogliono bene, mi hanno detto che faccio paura quando parlo delle mie cose, che faccio strabuzzare gli occhi alla gente. Io mi faccio schifo. Intendiamoci, io lo so che quello che dico quando parlo delle mie cose può essere interessante per qualcuno, ma a me fa schifo il modo in cui lo dico. Io recito. Recito una parte. Cioè, non è che proprio recito. Io sono anche quello. Ma esagero. Io esaspero. Indosso una maschera per volta e la tengo finché non è finita quella performance.
L’ho sempre fatto. E a forza di cambiare maschera, io non so più chi sono. All’esame di maturità ho portato un testo di Luigi Pirandello e di Eduardo De Filippo. Adatto, direi. Nessuno ha capito il disagio che si celava dietro quella scelta. Nessuno ha capito perché mi si richiedeva di parlarne in modo asettico, e io mi sono adeguato. Solo una persona mi ha chiesto, in privata sede, perché avessi scelto quel testo (e solo quello come “percorso” della maturità, senza pararmi il culo sulle altre materie) e poi mi ha chiesto di lasciargli una copia di quella tesina.
Eppure, a dire il vero, se devo essere proprio sincero, io lo so che qualcosa sotto ci sta. Ci sta una marea pronta ad alzarsi e a travolgervi tutti, ma è come se operassi un controllo spasmodico. So di avere la possibilità di affinare le doti, lo so da una vita, ma non lo faccio. Un poco è pigrizia, molto è autocontrollo. Quell’autocontrollo imposto perché so che quello che c’è nella mia testa, il mio modo di fare, il mio modo di vedere, di interagire, di provocare è mal tollerato. Ogni tanto viene fuori, ma solo ripulito. Viene fuori un poco per volta con ogni maschera che indosso.

Io vorrei arrivare, un giorno, a riuscire ad uscire di casa col trucco colato, coi capelli crespi, con lo smalto più dark che ci sta in commercio, vestito solo con una pelliccia e sentirmi a mio agio, perché questo vorrebbe dire che ho mandato finalmente affanculo l’autocontrollo. Vorrei potermene fottere se gli altri si interrogano sul mio orientamento sessuale e dargli comunque sempre modo di dubitarne, per il solo gusto di provocare. Vorrei non avere rotture di cazzo per quello che dico, perché sono quello che sono. Un giorno, forse, lo farò.

mercoledì 12 aprile 2017

Polarize

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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Si era appena seduto sul comodo divano di pelle nera e già provava disagio. Avrebbe voluto alzarsi, accendere una sigaretta, camminare avanti e indietro nella stanza, e dire tutto quello che doveva dire. Sapeva perfettamente perché si trovava lì, c’aveva pensato per più di venti anni. Voleva solo dirlo, sentire se gli veniva offerta una soluzione migliore a quelle che aveva trovato lui, e andarsene.
Dissimulò il disagio. Era un mago a farlo. O, almeno, credeva di esserlo. Dall’altra parte del tappeto e del tavolino, quello sprofondato nella poltrona nera già prendeva appunti. A lui sfuggì una smorfia con la bocca mentre intrecciava le dita, e a stento trattenne un sospiro. Quello taceva. Fissava il quaderno, e taceva. Cinque, interminabili, minuti. Lui faticava a tenere ferme le gambe, che avevano necessità di muoversi su e giù. Ad un tratto, si rese conto di aver intrapreso una battaglia persa. Esordì:
“Avrei voluto essere migliore, e mai avrei voluto arrendermi a me stesso. Avrei voluto lottare ancora contro l’affollamento dei pensieri nella mia testa, mettendoli in ordine, scartandone parecchi, e tenendo solo quei pochi buoni. Tutto il giorno sento voci nella mia testa, e il loro eco. Spesso sento i pensieri altrui su di me, sento il loro biasimo - ma il mio biasimo verso me stesso è più forte - sento le loro prese in giro, sento il loro giudizio. Soffro per tutto questo e mi vergogno. Quando la vergogna è troppa, scuoto la testa a destra e sinistra. Sempre più violentemente. Funziona lì per lì. Rivivo situazioni, risento parole, rivedo immagini. Prima d’ora, non avevo mai creduto nemmeno per un istante che qualcosa o qualcuno mi avrebbe potuto cambiare così tanto da trasformarmi in un disilluso. Andavo fiero delle mie illusioni, perché mi davano la spinta per evolvermi. Attraverso le illusioni puntavo alle stelle. Non che ci sia mai arrivato alle stelle, ma a volte mi sono sentito abbastanza vicino da provarne il calore. E adesso? Adesso le stelle non le vedo, figurarsi sentirne l’energia. Senza quell’energia mi sento svuotato. Forse tutto quello che credevo di essere, semplicemente, non lo sono mai stato. Se così fosse, allora sto guarendo: l’accettazione di sé è il primo passo. Ma come accettare davvero di non avere alcun talento, alcuna idea originale, una briciola di creatività, ed essere solo un depresso cronico con un buco enorme dentro? Uno che di notte si sveglia madido di sudore e ansimante, con l’ennesima crisi di panico.”

Quello in poltrona prendeva appunti, e non rispondeva.

sabato 28 gennaio 2017

Strade

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

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Heinrich Heine



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E così ci siamo quasi. Nella mia vita ho sempre assegnato un valore maggiore di quello reale a certe tappe. E puntualmente, ho commesso un errore: grandi aspettative creano sempre grandi delusioni. Ma questo è un altro discorso, forse. Chissà che questi pochi giorni non segnino una svolta. Un cambio di direzione mi serve, perché quello che faccio da sempre è camminare sulla stessa strada evitando le buche. E allora, ben venga una sterzata improvvisa, verso una strada liscia. Questa volta voglio una strada tutta mia, per non sentirmi più in obbligo di girarmi continuamente di lato per controllare che qualcuno stia proseguendo al mio fianco. Soprattutto, per non sentire più la paura di essere da sola. Desidero una strada liscia perché qualche buca non sono riuscita ad evitarla, e alcune sono state davvero troppo profonde, tanto da lasciarmi credere che non ne sarei mai uscita. Alcune mi hanno reso più forte, altre meno, ma hanno sicuramente contribuito a rendermi ciò che sono. E tutto sommato, pregi e difetti, ho imparato ad accettarmi. Ciò non vuol dire che non desideri continuamente di migliorarmi. Per questo, se mi fermo a pensare a una buca in particolare, sebbene sia riuscita ad oltrepassarla, mi rendo conto che ha prodotto dei danni tali per cui, nonostante le dovute riparazioni, ancora oggi non ho ripreso pienamente il controllo e, peggio, mi ha indotta a fidarmi poco di questa strada e a valutare di abbandonarla. Finora, malgrado tutto, non avevo mai pensato seriamente di farlo. Forse neanche ora, per una sciocca idea sul destino e sulla vita che non è mai facile, ma qualcosa mi fa percepire questo pensiero come diverso dagli altri, che erano chiare manifestazioni di frustrazione e impotenza. Sono convinta che quando ti trovi a percorrere una via, o sai già dove ti porta o ti fidi di dove ti porterà e di non rimpiangere di averla intrapresa. Ripensandoci, quando ho urtato avrei potuto cambiare direzione: c’era uno svincolo vicino. Non l’ho preso. Ho scelto di proseguire, di continuare ad evitare le buche e di guardare sempre di lato. Ma oggi mi chiedo: ne è valsa la pena? La mia fiducia, per me, vale così poco da poterci rinunciare? E così metto in dubbio la parte più profonda di me, mi chiedo se non sia stata davvero la paura a non farmi imboccare con decisione la strada che mi avrebbe portato talmente lontano dalla precedente da non ricordare neanche più come fosse fatta. In quel momento non lo credevo, questo lo so per certo. Pensavo di aver continuato perché sapevo di poter mantenere il controllo nonostante tutto. Credevo in un bene superiore, nel destino, e in varie altre stronzate. Ma oggi, quello che c’era in quella buca ancora mi perseguita. A tratti, solo alcuni giorni, solo in certe circostanze, ma mi perseguita. E allora, per il valore che ho sempre assegnato a certe tappe, cosa devo fare prima di raggiungerla? La mia unica paura ora, mi è chiaro, non è rimanere da sola sulla mia nuova strada, ma non riuscire a trovare la risposta giusta prima di raggiungere la prossima tappa.

lunedì 15 agosto 2016

Addio

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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Devo smettere di aspettarti. È arrivato il tempo. Ho aspettato tanto. Ho aspettato invano. Sei lento, lo so, ma, forse, troppo per questo mio cuore che sanguina. Ha perso troppa linfa vitale per andare oltre. L' ho lasciata sgorgare convinta fosse l' elisir giusto per mantenere vivo il noi, ma così facendo mi sto privando di me, poco a poco.

Sotto questi alberi rigogliosi, sulla riva del fiume con la piccola cascata, nel posto che mi hai fatto scoprire, ti dico addio. Non so se leggerai mai queste righe, non so se proverai dolore o sollievo, ma sentivo l' esigenza di scriverle per rendere tutto reale. Ho lottato, lo sai. Ho creduto. Mi sono fidata. Ho lasciato che l' amore facesse il resto. Non è bastato. Mi rimane l' amaro in bocca. L' amaro delle cose che non abbiamo mai fatto, e penso a questo posto, per esempio. Penso a quanto sarebbe stato bello venirci di notte, passando lunghe ore a chiacchierare davanti alle nostre svariate birre e sigarette. Penso a tutto quello che di te e di noi mi mancherà. Ai tuoi sorrisi, abbracci e baci all' improvviso. Ai tuoi cambi d'umore e all' aria seccata, che scompaiono se trovo la chiave giusta per trasformarli in un attimo di tenerezza. Al modo in cui ti butti addosso a me, rannicchiato, quando senti la pesantezza del mondo, delle situazioni o delle persone. Ai viaggi con gli scazzi per le mie manie, che poi, alla fine, lo sai, con ritardo, tanto ritardo, le apprezzi. Ne hai avuto prova quest' anno. Alle volte in cui ti spaccherei quella testa dura, come fosse una noce di cocco. A tutto l' odio che ci prende in certi momenti, perché credo sia stata sempre la nostra scintilla. Noi che siamo contraddizioni viventi, noi che abbiamo bisogno di eccessi per sentirci vivi, in questo abbiamo sempre trovato il punto di forza, che ne fossimo consapevoli o meno, che ci piacesse o meno. A un' infinità di cose, che mi fa bene e male pensare. E forse è meglio che non ci pensi, altrimenti la forza per chiudere la porta mi manca, le mani diventano deboli, le braccia molli. Le gambe non si prestano a fare neanche un passo in direzione opposta. In bocca mi rimane l' amaro per questo sciocco istinto che continua a dirmi che non sarebbe dovuta finire. Mi fa sentire colpevole, ora. Eppure, io sto cercando di fare ciò che è meglio per me, perché, in fondo, me lo merito. E allora perché ogni volta che mi riprometto di dire basta si alza il vento? Perché mi sale il senso di colpa? Perché è come se, nonostante tutto, una parte di me mi chiedesse ancora tempo? Solo perché tanti anni non sono facili da abbandonare? È presuntuoso da parte mia, lo so, però io sono brava a sparire, a cancellare, ad archiviare. La mia parte robotica ha sempre funzionato bene. Perché mi tradisce ora? Qualcosa di più grande? La vita e i suoi disegni ci hanno messo lo zampino?

La vita e i suoi disegni. Le prove e gli ostacoli da superare. Molte vite un solo amore. Mi torna in mente una cosa che scrissi anni fa. Il prologo di quel progetto abbandonato, germogliato da un sogno. Lui attraversa una foresta stregata, e la incolpa di averle lanciato un incantesimo per riportarlo da lei. Si era perso per tanto tempo. Lei non aveva lanciato un bel niente. Lui non capiva che ciò che lo aveva portato in quel luogo era il suo stesso cuore, incatenato da una catena che negli anni non si era spezzata. Lo aveva ignorato, continuava a farlo anche mentre trottava a cavallo verso di lei. Cieco. E io sono nel posto giusto per lanciare un incantesimo. Ma non lo farò. Scelgo di non farlo. Perché so che non è la cosa giusta. So che chi diventa cieco può vedere, in modo diverso, deve solo imparare a farlo. Solo allora sarà capace di distinguere le cose che ha di fronte. Solo allora saprà dare un nome a ciò che lo circonda. Ma non so se sperare che non sia troppo tardi. Non so dire se sarà troppo tardi. Sono una strega nel terzo millennio: interpreto oracoli, divinazioni e segni, ma sono cresciuta con un discreto senso pratico. E quest'ultimo inizia a portarmi lontano. E, mentre lo scrivo, una lucertola mi sfreccia davanti, si ferma, e mi guarda con un'aria che non stento a definire  inquisitoria. 

mercoledì 1 giugno 2016

And I know you can't tell me

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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Seduto a gambe incrociate sul letto, mi torturo le mani e guardo oltre. Realizzo che non sto cercando solo una soluzione, ma soprattutto il senso profondo di tutto questo.
Sono alla ricerca di quella spiegazione perfetta che concili il destino, i sentimenti, le emozioni violente e il pensiero. E per farlo scruto in ogni dove: dentro di me, dentro di te, nel nostro riflesso negli occhi degli altri, nel futuro, nel passato e nel presente. Forse, semplicemente, sto ispezionando in troppe direzioni, per questo non la scorgo.
Sento crescere l’urgenza di trovare la spiegazione, perché senza mi sento recluso in un angolo della mia vita, lacerato dall'insicurezza, schiacciato dall'impotenza, vulnerabile alla disperazione. E rimango in quell'angolo, non senza lottare.
Disperdo le energie per liberarmi da una gabbia che mi sono costruito da solo, forse. Oppure l’abbiamo costruita insieme ed io sono rimasto bloccato da solo all'interno, tu sei uscita e sei entrata in una gabbia tutta tua. 
Cerco risposte in vecchie e nuove fotografie, guardo le nostre espressioni, tento di capire se quelle gabbie sono visibili attraverso i mezzi sorrisi e gli occhi, e da quanto tempo sono lì. L’incomunicabilità tra noi ha preso il sopravvento: ci riesce difficile spezzare i silenzi con argomenti diversi dalle nostre quotidianità; le confidenze, le chiacchiere senza fine e le risate a crepapelle sono relegate ai momenti in cui i nostri freni vengono manomessi. E cosa vuol dire questo, se non che siamo spaventati da ciò che possiamo dire? Intimoriti dalle troppe cose dette che non avrebbero mai dovuto essere dette, e dalle tante non dette che sarebbe stato meglio dire, perché avrebbero giovato a rasserenare gli animi.
Eppure, qualcosa si mantiene inalterata, anzi sembra essersi fortificata, ed è forse quanto di più autentico possa esserci nell'essere umano. Spogliati dei pregiudizi, delle paure e delle insicurezze, accantonati i discorsi labirintici, demolito il ragionamento che si erge su fondamenta fallaci, rimaniamo uniti in un abbraccio. Respiro il profumo dei tuoi capelli e della tua pelle, bacio il tuo viso, assaporo le tue labbra, le mordicchio alternandole alle orecchie. E prima ancora che possa realizzarlo, siamo l’uno dentro l’altra e, se potessi dilatare il tempo all'infinito, lo farei. Sono gli unici momenti in cui non mi chiedo alcun perché, so il perché. Non c’è bisogno di alcun ragionamento, non sento la paura, l’insicurezza e la disperazione. Sono libero dalla gabbia. Siamo insieme, a metà strada fra le nostre gabbie. E vorrei poter dire che questa storia finisce qui. Ma sento i pugni dell’amore che mi raggiungono quando, senza nemmeno accorgermi del momento in cui succede, mi ritrovo nella gabbia. Non so chi dei due rientra per primo, so solo che ti vedo distante. La tua gabbia sembra davvero molto lontana, anche se non sempre alla stessa distanza. Tendere una mano a volte non basta, altre sì. E quelle volte succede qualcosa, che inizia sempre con un sorriso e uno sguardo. 


I tell you I love you
And I always will
And I know you can't tell me

I know you can't tell me

venerdì 18 marzo 2016

Claustrofobia

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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Oggi le racconterò un sogno ricorrente nell'ultimo periodo, dottore.
La mattina, ancora prima di aprire gli occhi, sento una stretta al cuore e alla gola, e l'ansia non si placa per tutto il giorno. Si riduce, ma non si placa, ed io mi sento stretto in una morsa da cui è difficile liberarsi, e devo usare tanta, troppa, forza per condurre la mia vita quotidiana.

Sì, il sogno, le dicevo... Sono in un cortile di pietra, guardo in basso e vedo pietre bianche e grigie levigate incastonate nella terra. I ciuffetti d'erba qui e lì. Sono verdi anche se la poca terra che vedo sembra tanto secca. Alzo gli occhi, attorno a me una distesa di pietre verticali. Tutte levigate, bianche e grigie. Le vedo vicine e più lontane. Mi rendo conto che una volta erano case. A qualche metro da me il muro sulla mia destra è crollato. Ha creato un profilo scosceso fino a terra. Da quell'apertura entrano dei raggi di sole. E' il tramonto. Non so se sono fermo in un vecchio cortile o in una piccola piazza. Sulla mia destra c'è una porta di legno. Entro. Dentro c'è un corridoio buio, e lo percorro per qualche metro prima di trovarmi di fronte ad un'altra porta, più bassa della precedente. La apro, la attraverso, Un nuovo corridoio buio. So che attorno ho sempre pietra, come se pur non avendone percezione fisica sentissi l'umidità. Apro una porta ancora più bassa, devo inclinare la testa per passare. Vado avanti ed inizio a sentirmi preoccupato. Alla nuova porta inclino il busto. Alla porta successiva mi piego di più. La preoccupazione cresce. Raggiungo una porta davanti la quale mi inginocchio. Mi rendo conto che non si sono solo ristrette le porte fino a quel punto, ma anche lo spazio ai miei lati e sopra di me. Non mi volto mai indietro. In ginocchio sento l'ansia per la prima volta. Apro la porta con un gran respiro. Rimango fermo. Non so se penso, non ho ricordo del pensiero. E' strano dottore? E' strano che ricordi tutti questi particolari, ma non il pensiero? Il cuore inizia a battere più forte a questo punto. Mando giù il magone, varco la nuova soglia e mi sento in trappola. Lo spazio è davvero più piccolo. Il buio è sempre più buio. Eppure, dottore, il buio è buio, come fa a essere più buio? Ho paura. Ho paura di proseguire e al tempo stesso ho paura di rimanere lì, bloccato. Il sogno si è interrotto qui per molte volte. Ho salvato me stesso interrompendolo. Ho gettato la spugna dottore? Era una situazione difficile e l'ho evitata, vero? Sono uscito di scena. Eppure una notte, una notte io... io...vede, io ero davvero terrorizzato. Sapevo che stavo per avere un attacco di panico in quel buco senza luce. Strisciando arrivo ad una nuova porta. Sento qualcosa di viscido sotto di me, forse fanghiglia. Apro una nuova porta. lo spazio mi sembra leggermente maggiore nel nuovo cunicolo. Non so se fidarmi della mia sensazione. Ho sempre il terrore di non poterne più uscire, e che i sensi mi stiano ingannando portandomi ad una falsa speranza. Eppure, dottore, dopo ogni porta mi sembra davvero più ampio lo spazio. Arrivo a camminare con le gambe mezze rannicchiate. Poi riesco a distendere le gambe, con il busto piegato. Apro una porta. Ho una strana sensazione. Un misto di terrore e fiducia. Entrano dei raggi. Sono all'aperto. Vedo altri edifici di pietra crollati, le pietre a terra, a pochi metri davanti a me un altro muro di pietra si unisce a quello sulla mia destra formando un arco. Alla sua sinistra il muro crollato.Sono dall'altra parte del muro. Capito dottore? Ho attraversato un muro. Ho fatto questo sogno decine e decine di volte, e solo una volta sono riuscito ad attraversare il muro. Ah, dottore, non sono sporco. Non avevo fanghiglia addosso. Non mi sono guardato, ma lo so. Mi incammino verso l'arco, e non ricordo più niente.

venerdì 22 febbraio 2013

La bestia, senza la bella.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

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Heinrich Heine




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Come sono arrivato a questo? Sì, da questa mattina l' ansia mi ha divorato, sono stato letteralmente inghiottito, ma quando mi ha risputato ero tutto intero, un po' ammaccato forse, ma intero. Ho mandato giù un certo numero delle mie gocce, quelle che prendo sempre per togliermi di dosso la saliva putrida dell' ansia. Non hanno funzionato granché. Sono uscito ugualmente di casa, non posso lasciare che la condizione che vivo mi porti anche, definitivamente, all' agorafobia. Oltrepassato il portone, ho dovuto mandar giù un grosso magone. Ho camminato a lungo, a testa bassa, cercando di pensare solo a ciò che dovevo fare e ignorando quel qualcosa che continuava a graffiare dentro. L' avevo appena ingabbiato, non potevo permettere che uscisse di nuovo e mi divorasse per la seconda volta. 

Ho parlato con altre persone oggi, ma ho continuato a combattere la battaglia con la mia bestia, non devo essere stato un buon interlocutore, me ne dispiaccio. La bestia graffiava forte, il mio cuore deve avere molte cicatrici, la sentivo ululare in modo strano, come se volesse comunicarmi qualcosa, come se in mezzo a quei suoni dovessi riconoscere delle parole. A volte sembra che voglia mettermi in guardia. Poi ho visto le sue zanne luccicanti. È solo loro che dovrei temere, non dovrei portarmele a spasso tutto il giorno e dormirci la notte. Dovrei trovare il modo di liberarmene.
La bestia ha continuato a cercare la mia attenzione tutto il giorno. Sono riuscito ad ignorarla, ma poi, ad un tratto, non so quando, deve essere fuggita. Deve essere stato nell'attimo in cui ho abbassato la guardia sopraffatto dalla stanchezza, dalla noia, dal cullio di questo treno tremendamente lento; mi è balzata addosso, ha ricominciato a ripropormi pensieri di morte, immagini di sangue, di corpi straziati, esanime, di cari che sospirano l' ultimo respiro con me ma senza di me. Sapevo bene cosa sarebbe successo se avessi continuato a lasciarmi plagiare. L'ho riportata in gabbia, ma, come sempre, è come nascondere la polvere sotto il tappeto, solo che in questo caso nascondo una grossa e terrificante bestia dentro di me, graffia, scalpita, mi consuma l'anima, mina la mia autonomia, altera la mia coscienza, le mie percezioni, la realtà, e un giorno, prima o poi, gli ultimi argini che mantengono la mia sanità mentale, cadranno. Continuo a vedere il treno che si infrange contro un altro, sento il botto, sono seduto vicino al finestrino, i vetri mi sì frantumano addosso, vedo sangue, troppo e non ho salutato nessuno di coloro che amo.

sabato 8 dicembre 2012

Altri mondi

"La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine

                                          
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Ieri notte il cielo è crollato di nuovo. E’ caduto violentemente ed ha portato con sé l’oscurità. Mi ha schiacciato, sono morto soffocato e terrorizzato per qualche istante, dopo che la mia mente era stata catapultata attraverso un cono di luce che si apriva in un vortice nero, nel quale non potevo far altro che essere inghiottito, destinato a non arrivare mai sul fondo. Sapevo che non ne sarei mai più uscito, ero intrappolato in quel non-luogo per l’eternità. “Sono morto –ho pensato. E ne ero certo- è questo che si prova”. Sapevo di non poter più tornare indietro, ero pervaso dal terrore. “Eppure, provo. Devo essere ancora vivo.” Ho sgranato gli occhi, ho forzato il respiro. Non era ancora abbastanza, dovevo toccarmi, sapere per certo che c’ero, ma le mie mani sul viso, sul collo, sulle braccia, sulle gambe, non erano abbastanza per convincermi, neanche l’abbraccio in cui ero stretto lo era: cos’è reale? Se l’esperienza che avevo appena vissuto era così terrorizzante e così intensa da essere estremamente convincente, come si può discernere la realtà vera da quella che è una costruzione od un pessimo scherzo della propria mente? E perché la mia mente continua a giocarmi simili trabocchetti?

L’ansia mi ha divorato tutto il giorno.

Sono salito sulla metro questa sera, mi sono fermato di fronte ad una delle porte, in mezzo a decine di persone, mi sentivo alienato ed inconsistente, mi sono chiesto se gli altri avessero percezione del mio mancato controllo psico-fisico e se mai l’avessero sperimentato, non dico tutti, ma qualcuno. Ho girato un po’ attorno lo sguardo cercando di carpire i pensieri altrui o, almeno, se gli altri vivono d’inquietudine e quanto questa sia grande. Voglio sapere se sono l’unico che, ogni giorno, mille volte al giorno, si sente così: vive in bilico tra il dubbio che nulla sia reale, che ciò che tocca non esista, che le persone attorno non esistano, che egli stesso non esista e la paura che sia tutto reale, ma in comodato d’uso fino al Momento. Rifiuto l’idea che quel Momento debba arrivare, mi fa orrore, eppure continuo a navigare nelle acque buie di quel pensiero e, troppo spesso, mi ci immergo e, qualche volta, ne vengo inghiottito, è allora che il cielo, su di me, cade. Mi sveglio ogni mattina e mi addormento ogni sera consapevole che arriverà, che inevitabilmente, per quanto io possa non accettarlo e raffigurare nella mia testa l’immagine di me che punto i piedi nella terra e mi oppongo allo scorrere del tempo, come un bambino capriccioso, fino ad avere la meglio ed esserne lasciato al di fuori, accadrà. Trascorro ogni giorno con la paura che sia uno degli ultimi, con la rassegnazione di chi è comunque fottuto, indipendentemente da ciò che potrebbe fare, ed ogni cosa così perde senso, gli obblighi ed i doveri di qualsiasi appartenente a questa società diventano un peso insopportabile che va evitato in ogni modo ogni volta possibile, rei di sottrarmi quel forse-poco tempo che mi rimane, amplificando le mie ansie e la mia alienazione dalla realtà, spezzandomi. Sono scisso in due, almeno, una parte, quella paradossalmente più razionale, ha una paura fottuta del Momento, ma è consapevole di essere reale e così è anche tutto ciò che la circonda. Tuttavia rifiuta di accettare la sua intrinseca caducità ed è per questo che, grazie ad essa, riesco a mantenere solo un controllo apparente, con enormi sforzi: se la sua riflessione indugia più del dovuto, se si immerge nella sperimentazione del Non Essere, il cielo, su di me, cade. Una parte invece crede di non essere reale e che nulla lo sia, e non sa cosa effettivamente essa sia, le sembra di non avere confini fisici, ecco perché non può accettare l’esistenza della materia, la percepisce come un inganno e cerca costantemente la risposta alla domanda: cosa sono e fino a quando sarò? Continuo a girarmi attorno. Ricerco un motivo di questi miei pensieri. Da vent’anni. Sono spesso convinto che la realtà che credo di vivere non esista. Sono sicuro di essere morto questa notte. Sto impazzendo?



lunedì 30 luglio 2012

Freddo.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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E’ la sensazione di non essere padrone di te stesso che ti conduce verso l’oblio della tenebra. Rimane solo un pensiero e sembra riecheggiare urtando contro le pareti della stanza che, ogni secondo che passa, si stringono claustrofobicamente su di te.

E per quanto sia orribile quell'unico pensiero che ti è rimasto, e vorresti scacciarlo con tutte le tue forze, c’è una parte di te che lo afferra e non vuole mollarlo perché pensare è quello che ti rende vivo. E per qualche secondo che sembra durare in eterno, quell'idea primeggia alimentando il tuo terrore e il vuoto che ti dilaga dentro una volta aperta la ferita. E’ sentirsi spezzati, avere la sensazione che pezzi di te crollino in terra sgretolandosi e che il cuore sia pronto a frantumarsi da un momento all'altro per seguire il resto, perché non può durare molto più a lungo degli altri pezzi: è lì che hai sentito il primo squarcio, prima o poi cederà, non sai esattamente quando, ma sai che succederà. Ti sforzi di spalancare gli occhi, quasi a voler afferrare la prima immagine serena che possa trarti in salvo, ma non vedi nulla davvero. E per quanto ti sforzi di respirare aiutandoti con la bocca, l’aria si blocca in gola tanto da farti male e il fiato ti continua a mancare, il peso sul petto è sempre più insopportabile, la testa sempre più leggera e quasi ogni sua facoltà è azzerata. Non riesci neanche ad emettere un suono. L'afonia ti avvicina sempre di più all'attimo in cui non sarai più, come fa la tua tremante rigidità. Eppure il tuo cervello sta funzionando, ma realizza immagini di un completo buio stretto attorno a te, che ti imprigionerà per sempre, dal quale non esiste via d’uscita una volta attraversata la linea tra luce e oscurità. E queste immagini non fanno che amplificare il terrore di stare per attraversare la linea nell'immediato, consapevole che non basterebbe puntare i piedi sul terreno, aggrapparti a tutto quanto di saldo trovi sulla via, ammesso che il tuo corpo di colpo riprenda ad obbedire al tuo volere, per rimanere dal lato in cui i tuoi occhi vedono, il tuo cervello pensa tu parli, ridi, ami e odi.

E più cerchi di sgombrare la mente più i tuoi assilli si ripresentano, uno ad uno, poi insieme, poi il più lontano e il più recente. Bussano insistentemente alle porte della tua anima, ululano il tuo nome, graffiano sui vetri, non puoi non sentirli, non puoi mai non ascoltarli.

E’ un brivido gelido, un senso di morte imminente, il crollo di ogni certezza, è panico, quello che ti prende.
6 Maggio 2010

domenica 20 maggio 2012

Addio

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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“Non hai niente da dire?”

“No. Forse solo una preghiera:

lasciatemi dormire,
quando le stelle non ci sono
quando la Luna è alta nel cielo
quando la mente si riempie di buio
quando il cuore si spalanca sull’ assoluto.”

“Molto poetico, sì. Ma non mi basta. Voglio delle spiegazioni!”

“Sai, mi capita di camminare per strada e, quando soffia il vento, guardare il mondo a rallentatore, come in quelle scene dei film in cui la tristezza o la nostalgia regnano sovrane e le inquadrature si susseguono con effetti di dissolvenza le une nelle altre. Mi piacerebbe catturarne una, farle raggiungere il mio angolo più profondo, lasciarla lì quel tanto che basta per sentirla mia e solo mia, perché mi sussurri le parole che cerco quando meno me l’aspetto. O, ancora meglio, mi piacerebbe che ogni immagine fosse un seme che, tenuto al buio, germina e si trasforma in una vigorosa pianta e che su ogni foglia fosse scritta una parola, quella parola che cerco ma non trovo mai, così potrei coltivare un giardino di parole. E allora non mi mancherebbero più. Forse. Dico forse perché la sensazione adesso è quella di aridità e su un terreno arido non nasce niente. E così mi riduco a sperare che il cielo che, provocatoriamente forse, sta sempre lassù mi caschi addosso perché, in quel modo, qualcosa dentro di me dovrà scuotersi, una zolla dovrà rigirarsi, e, magari, dopo quella un’altra e un’altra ancora e allora potrò arare il mio campo ed iniziare a collezionare semi di alberi di parole.”

“Parli, parli, ma non dici niente! È frustrante! Posa quel cazzo di bicchiere e guardami! Sei patetica nei tuoi tentativi di distogliere l’attenzione dalle questioni importanti riportando tutto a te, alle tue sciocche crisi e di mezzo ci vado sempre io. Sono stanco di questo. L’ultima occasione di parlare te l’ho data, non l’hai colta ed ora parlo io: addio.”



giovedì 12 aprile 2012

L'ospite

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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Con un po’ di alcol che scorre nelle vene diventa tutto più semplice: riesco a descrivere meglio le sensazioni che l’ospite dentro di me mi racconta. Si sente sbocciare come un fiore al mattino, quando la rugiada lo bagna ed il Sole inizia ad illuminarlo. Poco a poco si apre, pronto ad affrontare un nuovo giorno. Sarà facile la vita di un fiore?
Un fiore non chiude i suoi petali fino a sera, affronta le intemperie, non demorde, richiama le api, è aperto al mondo e si mostra fiducioso verso di esso, si assume il rischio di venire schiacciato od estirpato mentre assolve al compito cui è destinato. Il mio ospite invece chiude se stesso al mondo quasi subito al mattino. I buoni propositi di cui mi parla ogni sera mentre siamo distesi a letto vengono puntualmente disattesi nelle prime ore del giorno, e non trova modo migliore per non vedere il fallimento che è di chiudere fuori anche me: mi lascia confinata in un angolo della mia mente con le pareti elastiche, ed ogni pensiero rimbalza su queste e torna al mittente, più potente ad ogni rimbalzo. Verrebbe voglia di scrollare la testa a destra e sinistra nel tentativo di farlo uscire per indirizzarlo all'ospite ed imporgli di rispettare gli impegni presi, ma rimane lì e mi colpisce di continuo. Fa male. Ma deve esserci una via di fuga, qualcosa in quella stanza non è a tenuta stagna come sembra: c’è una sensazione prepotente in un altro distretto, si manifesta ad ogni rimbalzo. Il cuore pulsa forte e poi si contorce, sembra voler scoppiare per ribellarsi. Deglutisco. Non va giù questo peso ed il cuore non si placa. Diventerò pazza, se non lo sono già. Il controllo ormai è sempre più difficile da mantenere:

è un'ansia che cresce, mi divora
ed ora come ora non so se posso sopportarla
ancora.
Il cuore batte troppo forte, la gola si stringe,
i polmoni mancano d'aria e lo sguardo
stinge.

Lo sguardo: disattento, distante. Vedo ma non guardo, né tantomeno osservo. Mi ossessiona troppo quello che c’è dentro per considerare l’esterno. Ormai non ascolto neanche più. Sento, ma non ascolto. E così non ricordo. Quest’altro da me sta inghiottendo tutto, persino i ricordi. Diventano più sbiaditi di giorno in giorno e non riesco a collezionarne di nuovi. Si dice che si beve per dimenticare, io bevo per ricordare. Ricordare cosa vuol dire Sentire, cercando di percepire l’ospite, d’interpretarlo, di convincerlo a raccontarmi la vita che mi impedisce di vivere e che non vive. Eppure entrambi abbiamo in mente di viverla ed allora: dove finisco io e dove inizia il mio ospite?


venerdì 2 marzo 2012

Storia di un contadino infelice.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine





Sfumano i contorni. Ne è rimasta solo l’immagine sfocata. La sua fisicità sembra persino impalpabile. Dentro come sarà?

Il vuoto fa paura. Il salto nell’ignoto carica di adrenalina ogni fibra.  Ma che succede quando il vuoto è nella testa?

Delle volte aveva vent’anni, altre ottanta. Le energie lo abbandonavano troppo spesso e mancava di forza fisica per la maggior parte dei giorni in cui era costretto a trascinarsi sulla terra che coltivava e che gli pareva sempre arida, sempre così uguale a se stessa, incapace di destargli qualsiasi interesse, una creatura che non riusciva ad amare ma che lo inghiottiva per una giornata intera e quella successiva e quella dopo ancora, lasciandolo libero, quasi come fosse una gentile concessione, solo a sera. Su quella terra, chino a lavorare, senza riuscire a smettere di sentire la stanchezza neanche per un istante e non potendosi fermare nonostante tutto, si accorgeva che mancava anche di concentrazione. Scopriva giorno dopo giorno di non riuscire più a memorizzare nuove informazioni: non solo i nomi e i volti dei nuovi conoscenti si dissolvevano dopo pochi minuti nella sua testa, ma persino quelli di coloro che conosceva da anni non erano più considerabili certi, era costretto a riempire cumuli di foglietti su cui appuntava ogni numero, ogni orario, persino l’intera sequenza di azioni delle sue giornate e le coltivazioni dei vari campi. Imparare e tenere nella memoria nuove tecniche di coltura e produzione era impensabile. Inoltre le sue capacità cognitive gli apparivano sempre più caduche. Eppure alcuni giorni, rari, aveva vent’anni e possedeva le energie fisiche e mentali per concedersi di tutto, e sentiva di poter spaccare il mondo con un colpo piatto ben assestato su quella maledetta terra. Ma l’euforia si estingueva in breve tempo, durava finché riusciva a dedicarsi a qualcosa che non fosse l’obbligo di quelle colture e che, anzi, con esse non aveva proprio niente in comune. Poche ore in cui però riusciva a sentirsi di nuovo vivo e pulsante per un fremito improvviso, eccitato da un’idea, ispirato da ondate improvvise di progetti che però, lo sapeva, mai avrebbe realizzato per paura del fallimento o mancato tempo o mancata organizzazione, era libero di speculare su se stesso, almeno finché, così facendo, gli obblighi non iniziavano a far capolino alla sua porta, riportandolo con un tonfo alla realtà ed inducendolo ad elaborare strategie per evaderli nel futuro, per fuggire dalla gabbia che da solo si era costruito. Non aveva mai pensato di fare il contadino in vita sua. Un giorno, semplicemente, cominciò. All’inizio sotto la guida di uomini più anziani e alle loro dipendenze, poi, pian piano, si ritrovò a gestire dei campi suoi. Ma quel lavoro lo estraniava da se stesso e lo schiacciava, ed ogni nuovo giorno sentiva il peso di tutto ciò che stava perdendo stando lì ricurvo in un campo. Sapeva che la vita gli stava scivolando fra le dita, ma non come granelli sottilissimi di sabbia che cadono poco a poco, piuttosto come sassolini pesanti che, all’impatto col suolo, creano solchi. I solchi della sua anima aumentavano di continuo e non vi era altro modo di porre fine a questo scombussolante fenomeno se non quello di farsi coraggio e tentare la fortuna reinventandosi da capo e abbandonando i campi per sempre, facendo tesoro di tutto quello che gli avevano insegnato ma senza possibilità di tornare sui suoi passi perché nessuno dovrebbe sentire la sua figura sbiadire e sfumare i contorni mentre nella testa , poco a poco, tutto si cancella fino a lasciare il vuoto che potrebbe iniziare a risucchiare chissà dove l’anima.

lunedì 26 dicembre 2011

Il Giardino ed il Sole - qualcosa che non avrei dovuto scrivere, forse.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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C’era una volta un Giardino, troppo spesso adombrato, colmo di tanti fili d’erba, fiori ed alberi da frutto che luccicavano e gioivano solo quando si affacciava il Sole.

C’era un tempo in cui il Giardino attendeva con ansia l’arrivo del Sole perché questo, illuminandolo, gli donava nuova linfa ed ogni cosa in lui cresceva tanto da dargli l’impressione che, se il Sole avesse continuato a sorgere, si sarebbe potuto estendere oltre i propri confini. Ma quando il Sole andava via ed il Giardino ripiombava nell’oscurità, di colpo e per qualche istante o più, perdeva di vista il senso profondo del calore del Sole su di lui e rimaneva imbrigliato nella rete tessuta dall’ombra. Una rete di paure ed incertezze che tentavano il Giardino di dimostrarsi all’altezza della sfida, senza rendersi conto che la sfida l’aveva lanciata lui stesso. E così giocava con l’ombra con le meraviglie che aveva da offrire, sapendosi porre un limite. Lo riconosceva da solo perché si rendeva conto di quanto tutto ciò che poteva trovare di interessante nell’ombra non fosse all’altezza delle stupefacenti sensazioni che provava ogni volta che veniva raggiunto da un singolo raggio di Sole. Ma nel buio, forse il più delle volte, si perdeva al di là delle proprie sfide e cominciava a dubitare di se stesso e a chiedersi come mai il Sole avesse, un giorno, deciso di iniziare a splendere su di lui. Inquietudine dopo inquietudine il Sole sorgeva di nuovo e placava ogni tormento.

Venne un tempo in cui il Giardino, sempre più attratto dall’ignoto dell’oscurità iniziò a volerlo guardare più da vicino, a volerne sperimentare sempre più, non rendendosi conto di quale grande potere confusionale aveva operato il buio su di lui. Era così teso verso l’obiettivo della conoscenza dell’oscurità che sentiva il peso del Sole che gliela portava via, convinto di poter trovare in essa tutte le risposte, persino su di sé. Fu così che chiese al Sole di smettere di splendere su di lui, ed il Sole, a malincuore, accettò.

Ma il mondo nell’ombra non era ciò che il Giardino si aspettava, ben presto, senza il Sole, tutte le sue meraviglie cominciarono ad appassire e la confusione generata dall’oscurità, una volta che si fu abituato a questa, si diradò come nebbia. Iniziò a sperare che il Sole tornasse a splendere su di lui, ma così non fu.

Il Sole, infatti, può decidere tante cose: di non splendere come ha sempre fatto, può brillare di meno su certi luoghi o non brillare affatto, può essere pallido e distante all’occorrenza, sebbene con enormi sforzi perché, in fondo, la sua natura è quella di emettere luce. Il Giardino commise l’errore che ogni creato compie almeno una volta: pensare al Sole come dato per scontato, aspettandosi sempre che sorga giorno dopo giorno, pressappoco uguale a se stesso e che sorrida se lo si desidera e si adombri quando lo spirito non può sopportarne la luce intensa. Ogni creato commette lo stesso errore dall’inizio del Tempo e continuerà a commetterlo fino alla fine, un po’ per sua presunzione, un po’ perché il Sole, che ama le sue creature, alimenta l’illusione di assecondare sempre il loro volere.

Il Sole passò tanto tempo a splendere lontano dal Giardino, concentrandosi su altri fili d’erba, brillando su laghi, fiumi e ruscelli, scaldando gli animali e nutrendo i campi degli uomini, però, sebbene queste riscoperte occupazioni sembravano tenere il pensiero sufficientemente lontano dal Giardino, egli sapeva che, come tutto nell’universo, non può dominare i suoi desideri, che si manifestano come raggi e, si sa, ai desideri ci si può opporre fintantoché loro non hanno la meglio e possono intraprendere la direzione ambita senza alcun consenso della ragione.

“Oh I'm on my way, I know I am, somewhere not so far from here
All I know is all I feel right now, I feel the power growing in my hair
Oh life is like a maze of doors and they all open from the side you're on
Just keep on pushing hard boy, try as you may
You're going to wind up where you started from
You're going to wind up where you started from”

venerdì 21 ottobre 2011

Senza ragione

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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“Non c’è ragione per cui le cose stiano così, potrai passare tutti i giorni della tua vita di fronte a questa finestra a chiederti perché, senza che cambi alcunché.”

“Non c’è ragione per cui le cose stiano così, ma devo trovare una spiegazione accettabile che mi consenta di andare avanti. Non mi bastano le omelie di questi giorni in cui mi è stata offerta una ragione spicciola ed illusoria.”

“Ma se anche tu trovassi un motivo, non cambierà quello che è successo.”

“Devo trovare una ragione a cui appigliarmi, non capisci? Devo trovarla perché non ho più lacrime da versare e senza quelle ora non so che fare; colmavano il silenzio che c’è da quando è andato via, mi bagnavano il viso e, se chiudevo gli occhi e lo immaginavo vicino, avevo l’illusione del calore della sua bocca sulla mia guancia lì dove le lacrime solcavano il viso, sempre più giù, vicino alle mie labbra. Non ho più lacrime e non so cosa fare di me senza di loro. Ho bisogno di un motivo, di credere che una ragione c’è per potermi svegliare anche domani e non trovarlo nel letto.”

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“Sono venuto a trovarti per portarti una torta.”

“Grazie. Poggiala sul tavolino, la mangeremo a momenti: sta per tornare a casa.”

“Mi piace vederti sorridere. Ma lui non tornerà, lo sai. Lo aspetti ogni giorno da dieci anni, non sei neanche più a casa tua, non te lo ricordi?”

“Davanti a me vedo te, e dietro di te la finestra che affaccia sul giardino con i peschi in fiore e, al suo fianco, il tavolino su cui lui poggia sempre le chiavi ed io mi siedo a scrivere il mio diario; dall’altra parte della stanza ci sono i quadri che abbiamo dipinto insieme, l’ultimo lo abbiamo appeso ieri, come puoi dire che non sono a casa mia?”

“Sulla parete non c’è nessun quadro, e sotto la finestra di questa stanza non c’è alcun giardino. Mi dispiace dover essere sempre quello che cerca di riportarti alla realtà, ma non puoi continuare a vivere così, hai buttato via la tua vita da quando lui ha perso la sua.”

“Ma di cosa parli? Qui nessuno ha buttato via o perso qualcosa. Vedi come sorrido a questa vita? Questa vita ricca di cose meravigliose che vedo nella mia testa, di momenti magici che trascorro con lui, del calore del suo abbraccio che solo io posso ricevere, delle sue parole che solo io posso intendere, di tutte le notti in cui, poggiando la testa sul cuscino, mi giro e lo trovo al mio fianco e sposto la mia testa sulla sua spalla e rimango rannicchiata su di lui tutta la notte ed ogni mattina mi sveglio e gli sorrido quando apre gli occhi. Come puoi dirmi che ho buttato via la mia vita? Io sto vivendo esattamente la vita che volevo vivere. Ringrazio il cielo, il fato o Dio, se esiste, per non aver trovato la ragione che cercavo tanti anni fa. Se l’avessi trovata non mi sarei rifugiata dove sono ora, dove c’è lui.”

“...”

“Ti lascia senza parole il fatto che io abbia idea che esiste una realtà diversa da quella che vivo quotidianamente, ma che vi ho volutamente rinunciato per continuare a stare con lui?”

“No... so che tu non dovresti trovarti in questo posto, ma non posso cambiare le cose finché non deciderai di tornare nella realtà che rifiuti, quella in cui lui non c’è e il vostro contatto sarebbe limitato ai tuoi omaggi floreali sulla sua tomba...  Ma, forse, tu hai ragione a voler rimanere dove sei, a vivere la vita che avevi scelto e che, senza ragione, ti è stata strappata. Voglio vederti solo sorridere.”

“Io sorrido sempre da quando lui è tornato indietro e posso stringerlo ancora a me giorno dopo giorno.”

“Mangia la torta, vado a parlare con il dottore.”

venerdì 30 settembre 2011

Clevermind

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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Seduto a guardare il panorama che scorreva rapido oltre il finestrino del treno che cambierà la mia vita mi sono congedato dai miei assilli per un intero viaggio, senza pormi domande ho assaporato il gusto della pura curiosità, dello scoprire cosa c’era oltre ogni albero che il convoglio superava a tutta velocità e di cosa mi attendeva alla fine del viaggio e se qualunque cosa fosse apparsa ai miei occhi sarebbe stata paragonabile a quanto fantasticavo.

Questa mattina, alle prime luci dell’alba, dopo una notte insonne trascorsa immobile nel mio letto, i raggi del sole entravano attraverso gli spiragli della persiana e mi sono voltato a guardarli, stanco, ma non a causa del mancato sonno piuttosto per tutto quello che la mia vita non era. Ho guardato il nuovo sterile giorno che arrivava e ho deciso con un impulso di collera che non ne sarebbe nato neanche più uno, sono balzato in piedi, sono corso a prendere un borsone e senza guardare ho buttato dentro abiti e qualche libro a caso, sono uscito di casa diretto alla stazione con il volume della musica al massimo, bombardandomi il cervello di note potenti, con gli occhi bassi ho attraversato la stazione, per non guardare alcun tabellone delle partenze, alla biglietteria ho chiesto di stamparmi il biglietto con il più alto chilometraggio, sarò sembrato un pazzo ed all’insistente domanda della giovane impiegata sul perché ho risposto che avevo bisogno di andare il più lontano possibile e lei non ha più chiesto nulla, mi ha guardato e mi ha sorriso comprensiva e allo stesso tempo affascinata, sono arrivato di fronte ai binari e ho raggiunto una posizione centrale, ad occhi chiusi ho girato su me stesso tre volte e poi li ho aperti, sempre a testa bassa, per non guardare la destinazione del treno che il caso aveva scelto per me.
Ho lasciato tutti, non sono rintracciabile, sono l’unico a sapere dove mi trovo in ogni istante, ho rinunciato al mio lavoro senza dare neanche uno straccio di dimissioni, non ho chiuso a chiave la porta di casa, se qualcuno volesse potrebbe rubare tutto e non mi importerebbe nulla ora come ora, non ho salutato i miei amici né i miei parenti né la mia compagna e non provo alcun senso di colpa per questo, sono estasiato dal senso di libertà assoluta. Mi esalta questo impulso, mi esalta il fatto di riuscire ancora a provarne, mi lascia credere che non è ancora tutto perduto, che posso ancora realizzare qualcosa per me stesso con i miei giorni. Non mi spaventa minimamente l’idea di finire chissà dove, in un posto dove non conosco nessuno, dove non ho un lavoro, non ho un tetto, potrei perfino non conoscere la lingua, con un budget limitato a quanto avevo disponibile in casa al momento della mia partenza e a quanto riuscirò a prelevare nei prossimi giorni dal mio conto in banca, prima che questo venga controllato a seguito della mia improvvisa ed inspiegabile sparizione, ma a quel punto io mi sarò già spostato.
Voglio abbandonare tutte le mie incertezze, tutte le mie paure, voglio costruirmi perché finora non l’ho fatto, ho accettato passivamente gli eventi e le casualità, mi sono lasciato plasmare da loro morendo dentro sempre un po’ di più di volta in volta. Esigo da me stesso che questa esperienza esorcizzi le mie paure, guarisca le mie ipocondrie, mi faccia agire invece di continuare a stare fermo sullo sfondo come spettatore della mia stessa vita. Ho dovuto staccare completamente, rinunciare a tutto perché l’unico modo per costruirmi è reinventarmi, è essere attore, impersonare qualcuno totalmente diverso da me, un uomo sicuro, pragmatico, razionale, con voglia d’agire ed attivo, che non si tira mai indietro, un uomo coraggioso e non condizionabile dagli altri.

sabato 24 settembre 2011

Vittima e carnefice.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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Perduta nel tempo, brancolante tra i secondi che scorrono sempre più rapidi e poi, d’improvviso, decelerano tanto da sentir gravare sempre più sulle spalle quel tempo buttato. Ricorrono nella mente pensieri ossessivi, eco di frustrazioni. Come la frustrazione per le pagine lasciate bianche da tanto tempo. Razionalità prescriverebbe di riempirle ed archiviare così la cosa. Ma ogni frustrazione, si sa, è figlia e madre. Razionalità non lo sa. Lei è al di fuori dei circoli viziosi, segue Logica, che è lineare. Io, io conosco bene Razionalità, Logica ed Emotività. Ho permesso loro di prendermi a braccetto tante volte ed ho assistito a tante loro guerre, tutte combattute nella mia testa, dove si contendono il dominio dei miei pensieri e, posso dire, da spettatrice, che un motivo esiste se Emotività si batte da sola contro due validi avversarie: ha più armi per dominarle, come il lazo dei circoli viziosi, appunto. Stordisce con sentimenti ed emozioni contrastanti, senza addurre spiegazione alcuna per ciascuno ed il suo contrario, così che Razionalità e Logica non abbiano strumenti per attaccarla al di fuori dello sterile ed altrettanto non argomentabile “Non ha senso, o è l’uno o è l’altro, non puoi ritenere contemporaneamente vera un’emozione ed il suo contrario.” “Ed invece è così” – risponde quella. Sterile, tutto. Ne hanno per ore, giorni, mesi o anni, quando cominciano a scontrarsi su qualcheduna delle mie idee o emozioni. Ed io rimango in sospensione di giudizio su quel pensiero per tutto il tempo in cui loro dibattono e, così, Emotività ottiene una nuova vittoria: genera altre ansie che mettono al mondo nuove frustrazioni che accudiscono la mia depressione, perché possa trovare sempre un giaciglio confortevole in cui continuare a risiedere. E per quanto, talvolta, io fornisca armi di contrabbando a Razionalità e Logica, Emotività, con le sue sole forze, riesce a protrarre sempre la battaglia, talmente a lungo che io continuo a rimanere ferma. Il tempo scorre, inesorabile, senza che io abbia compiuto alcuna azione. Rimango immobile. Per tutto. Per tutti. O meglio: per tutto e per tutti per come la vedo io, che sono dentro di me e, di conseguenza, l’unica a poter sapere davvero come stanno le cose; so per certo che chi è al di fuori di me non riesce a vedere questa immobilità o, al più, ne vede solo una parte perché coglie alcuni dei tentativi di agire che attuo, e li interpreta come un mio moto durevole, che si affievolisce di tanto in tanto, forse per stanchezza, ma che non scompare. Ma questi tentativi, io so non essere assolutamente sufficienti per sovvertire la mia condizione. Per contrastare l’immobilità verso tutto, a dire il vero, non faccio molto, perché è la cosa su cui quelle tre si scontrano di più: il loro terreno di guerra più fertile è, senza dubbio, il mio rapporto con la Vita ed il Mondo, quindi di base il rapporto con me stessa. Ed essendo tali argomenti motivo dei loro più lunghi dibattiti, io non riesco quasi mai ad agire per me stessa verso il tutto. Per contrastare l’immobilità verso tutti ho un più ampio margine d’azione. Dibattono meno su quello. Quando rimango ferma verso tutti, è perché Emotività ha trovato il modo di inserire nel discorso sulle mie azioni verso gli altri qualche congettura che riconduce a me, e da qui seguono battaglie ancora più aspre delle precedenti, perché coinvolgono “tutti e tutto”. Ma il vero nodo della questione dell’immobilità quasi assoluta verso tutto e della maggiore attività verso tutti risiede sempre nelle capacità di Emotività. Un’altra sua vittoria: l’indurmi ad occuparmi di ciò che è altro da me per sentirmi appagata, ma soprattutto, diabolicamente da parte sua, per tenermi lontano dalle battaglie che conduce su di me, cosicché io non abbia modo, stufa delle sue vittorie, di schierarmi con Razionalità e Logica. Mi lascia fuori, a non occuparmi di me e con l’atroce dubbio che, l’occuparmi degli altri, quelle volte in cui riesco a farlo, siano frutto di puro egoismo, unicamente un modo per fuggire da me stessa e questo le offre ulteriori spunti per ingabbiarmi nelle mie ansie e paranoie, buttandomi sempre più giù, lasciandomi sempre più inorridita da me stessa e sempre più vulnerabile ai suoi attacchi. Le volte in cui, invece, vorrei occuparmi dell’altro da me ma sono immobilizzata dalle guerre che si consumano nella mia testa, Emotività sfodera l’altra sua arma, quella del senso di colpa che porta con sé spiacevoli sensazioni come l’inadeguatezza. E così io rimango, comunque, sua vittima, immobile o meno. 

venerdì 8 luglio 2011

My sunshine

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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Mi mancano le parole eppure sento il bisogno urgente di scrivere, non solo perché è da tanto tempo che non poso più la penna sul foglio, ma soprattutto perché, al pari dei fatti, le parole servono tanto: descrivono circostanze, persone, chi ne fa uso, le sue emozioni, i suoi pensieri. Basta saperle utilizzare, fatto non del tutto scontato.
Personalmente sono sempre stata attratta dall’esercizio di comprendere, o almeno di tentare, la profondità dell’anima, ed avendo le finestre spalancate direttamente solo sulla mia, solitamente, mi occupo di questa. E per farlo ho sempre pensato tanto, alcuni, coloro che hanno avuto la pazienza di avvicinarsi a me ed io ho lasciato fare, non senza diffidenza, dicono che penso troppo, speculo su me stessa, sui perché, che cerco ragioni ed ogni risposta genera solo altre domande, sempre più grandi e più in profondità, al punto che ogni piccolo pensiero finisce col prendere la forma di un Inferno Dantesco al contrario, perché i pensieri, come i gironi, si allargano via via, approfondendosi sempre di più. Tutta questa speculazione si limita però al pensiero, quasi mai seguono azioni concrete volte a cambiare l’ordine delle cose, e il più delle volte non è accompagnata da alcun discorso, perché il pensiero prescinde dalle parole, ed inoltre è molto più semplice pensare e basta, saltare da pensiero a pensiero come Tarzan con la liana, e qualche volta oscillare, senza far seguire parole. E così io penso. Spiegare mi risulta difficile, le parole non le so usare, eppure continuo a scrivere, forse perché sono fondamentalmente incoerente: sono dell’idea che se una cosa non la sai fare e lo riconosci da te, o provi nel buio della tua camera a migliorare, oppure non ti metti in piazza a mostrare i tuoi mancati capolavori. Eppure io continuo a scrivere e a farvi leggere ciò che scrivo. Fortuna che siete in pochi ed il danno è contenuto. Ma dove voglio arrivare? In realtà da nessuna parte. Quello che ho scritto fin qui, e quello che seguirà, per molti sarà solo uno dei miei esercizi, ma per me e per qualcuno molto sveglio, avrà tutt’altra valenza.
Questa mattina ho aperto gli occhi, riavendomi dal torpore del sonno, ho elaborato un’emozione. Quell’emozione che sale quando apprezzi qualcosa di estremamente grande nella sua semplicità. Diciamo, tanto per fare un esempio lontano, come quando ogni mattina ti svegli nello stesso abbraccio della notte prima. Ma le emozioni e le sensazioni piacevoli nella mia testa durano sempre troppo poco perché inizio immediatamente a pormi domande, e l’unico modo per fermarle è trovarsi nella fortunata circostanza di essere con qualcuno molto acuto e verso cui nutro profonda stima ed affetto che risponda per me alla domanda più opprimente fra tutte in quel momento e così qualcosa succede dentro di me: le catene dei miei ragionamenti si spezzano e cadono in terra e di colpo si solleva il velo che fino ad allora copriva tutto quello che ho dentro e qualcosa si rivela di nuovo, forte com’è sempre stato, anche quando lo sentivo poco attraverso il velo, e mi fa stare così bene, tanto da potermi ritrarre viva e felice, tanto che adesso lo devo scrivere, perché, per una volta, voglio raccontare qualcosa di bello. E nella mia vita una cosa veramente Bella, con la B grande, c’è, qualcosa che, se non s’immischia il mio diffidente e volubile inconscio, mi fa sentire Viva, con la V grande, nel bene e nel male, e parte di qualcosa che cresce e si trasforma guardando sempre al meglio e di cui sono profondamente orgogliosa.

lunedì 30 maggio 2011

SensAzioni...

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


Respirami
come fossi aria frizzante
Inebriati di me
come fossi un profumo di primavera
Accarezzami
come fossi un petalo della più bella rosa
Ascoltami
come fossi un’armoniosa melodia
Ma soprattutto
Guardami
come fossi la più controversa delle opere d’arte.


10 Giugno 2008