La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
Nottetempo c’è chi vaga nel buio,
c’è chi si rigira nel letto in attesa dell’abbraccio di Morfeo,
c’è chi si ama, ci sono respiri affannosi, baci rubati, baci non dati, parole sussurrate,parole non dette,
pensieri che vagano, pensieri che si spengono.
La notte è ancora nostra e possiamo viverla.
Nottetempo ci sono visioni che ti rapiscono,
paranoie che ti inseguono,
brividi che salgono,
cuori che si infrangono,
dolori che ti schiacciano,
sogni che s’estinguono.
La notte è ancora Buio e lo fuggiamo una volta in più.
Ma presto o tardi Rischiarirà, la Luce s’affaccerà,
l’inquetudine non si dissiperà ma il coraggio, forse, si farà strada poco a poco e
allora, forse, cammineremo nelle strade al pallido chiar di Luna con le mani e le gambe tremanti per
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
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Vorrei scrivere ogni volta che ne ho voglia. Lo vorrei davvero, ma poi mi mancano le parole. Le immagini, invece, quelle no, sono sempre davanti ai miei occhi. Mi capita di camminare per strada e, quando soffia il vento, guardare il mondo a rallentatore, come in quelle scene dei film in cui la tristezza o la nostalgia regnano sovrane e le inquadrature si susseguono con effetti di dissolvenza le une nelle altre. Più di rado i film girati con la regia della mia immaginazione sono cortometraggi di immagini felici. In ogni caso, tristi o felici, mi piacerebbe catturarne una, farle raggiungere il mio angolo più profondo, lasciarla lì quel tanto che basta per sentirla mia e solo mia, perché mi sussurri le parole che cerco quando meno me l’aspetto. O, ancora meglio, mi piacerebbe che ogni immagine fosse un seme che, tenuto al buio, germina e si trasforma in una vigorosa pianta e che su ogni foglia fosse scritta una parola, quella parola che cerco ma non trovo mai, così potrei coltivare un giardino di parole. E allora non mi mancherebbero più. Forse. Dico forse perché la sensazione adesso è quella di aridità e su un terreno arido non nasce niente. E così mi riduco a sperare che il cielo che, provocatoriamente forse, sta sempre lassù mi caschi addosso perché, in quel modo, qualcosa dentro di me dovrà scuotersi, una zolla dovrà rigirarsi, e, magari, dopo quella un’altra e un’altra ancora e allora potrò arare il mio campo ed iniziare a collezionare semi di alberi di parole.
Eppure, più mi mancano le parole, più sento l’urgenza di scrivere, non solo perché è da tanto tempo che non succede, ma soprattutto perché, al pari dei fatti, le parole servono tanto: descrivono circostanze e persone, ma, ancora di più, descrivono chi le usa, le sue emozioni ed i suoi pensieri. Basta saperle usare, che non è del tutto scontato.
Oggi ho messo a fuoco un pensiero, qualcosa che è sempre stato dentro di me ma che è nato nella sua forma più cosciente e definita solo questo pomeriggio. Bisognerebbe vivere sempre come se fosse l’ultimo giorno perché, se lo facessimo, avremmo il coraggio sufficiente per arrivare alla fine della nostra giornata avendole dato un senso e, soprattutto, se quello fosse davvero l’ultimo giorno e ci fosse dato saperlo non appena sorge il sole, sono sicura, ognuno rifletterebbe sulla propria vita e realizzerebbe che ha usato le parole di meno o di più di quanto avrebbe voluto con qualcuno. In realtà il mio pensiero scaturiva dalle parole che spesso non abbiamo il coraggio di dire o, almeno, io non ho il coraggio di dire. Io non voglio arrivare all’ultimo giorno ed avere il rimpianto di non aver detto tutto. Il mio blocco più grande è sempre stato nel far capire agli altri quanto ci tenga a loro. Le parole mi si bloccano in gola, le guance si fanno rosse e calde e neanche i gesti d’affetto mi riescono naturali come vorrei. Tuttavia rimango convinta che bisogna in qualche modo sempre manifestare il proprio affetto e il proprio amore per un altro, e allora, per questo, a volte, ti stringo più forte del solito nella speranza di placare ogni tua inquietudine, ti bacio come se fosse l’ultimo bacio che continuiamo a rimandare, con le mani che stringono il viso dell’altro avvicinandolo sempre di più, come se volessimo proiettare le nostre anime l’una nell’altra per raggiungere un livello superiore di comunicazione, e riesco ad usare le parole affettuose che meriteresti di sentire più spesso, soprattutto.
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
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“Il Destino è già stato scritto.”
“Il Destino non è ancora stato scritto.”
“Credi che le tue scelte possano cambiare ciò che è stato scritto prima che toccassi per la prima volta questa terra?”
“Credo che le mie azioni possano cambiare ciò che è stato Destinato.”
“Illuso.”
“Arreso.”
“A cosa?”
“Ad un ignoto Percorso scritto da chissà chi e chissà perché, ad essere spettatore della tua stessa Vita, abbandonato nella braccia del Destino e del Tempo che scorrono trascinandoti, impotente, in questo tuo stato di accettazione completa.”
“A cosa serve affaticarsi per cambiare ciò che sarà perché già è?”
Lancia un oggetto…
“Perché me l’ha lanciato ora?”
“L’hai preso.”
“Sì, e allora?”
“Avresti potuto non afferrarlo, eppure, lo hai fatto. Eri di fronte ad una scelta: prenderlo o meno. Hai agito per cambiare il Destino.”
“Cosa vuoi dire?”
“Non era mia intenzione dartelo, ma tu questo non potevi saperlo. Ti ho lanciato quest’oggetto per farti capire quanto poco basti per cambiare il Destino. E’ bastato allungare il tuo braccio ed ora, da questa tua scelta, da questa tua azione, dipenderà ciò che mi accadrà. Se tu non lo avessi preso sarebbe tornato nelle mie mani, se lo avessi preso, come hai fatto, sarebbe passato nelle tue ed io ne avrei dovuto fare a meno per il resto della vita, con le relative conseguenze. Ora accade proprio questo.
In questo caso ho affidato il mio Destino a te, ad una tua scelta. Il nostro Percorso può cambiare anche per mano d’altri come vedi. Quest’azione, inoltre, può aver interferito anche con il tuo Destino, vedremo.”
“E chi ti dice che non fosse scritto che avrei dovuto afferrare il lancio?”
“Il fatto che desideravi afferrarlo.”
“Sbagli.”
“Affatto. Eri curioso di capire cosa volevo mostrarti. Hai deciso di agire per assecondare un tuo Desiderio.”
“Era Destino che sapessi,no?”
“No. E’ diventato il tuo Destino nel momento in cui ho deciso di rischiare di separarmi da quell’oggetto e tu hai scelto di afferrarlo per assecondare il tuo Desiderio.”
“Era Destino che tu decidessi di rischiare di separartene e che io lo prendessi.”
“No, noi abbiamo cambiato il Destino con le nostre azioni, incrociando ognuno il cammino dell’altro.”
“E’ stato il Destino che ci ha fatti incontrare.”
“Sono d’accordo. Il Destino ci ha posti su due sentieri che, prima o poi, si sarebbero incrociati, ma il modo in cui questi sentieri sono arrivati fino a questo punto, la traiettoria seguita, l’abbiamo scelta noi e continueremo a sceglierla per il futuro. Il Destino può solo porci davanti delle opzioni, cospirare affinché qualcosa avvenga, ma il modo in cui questa avviene, se avviene, lo scegliamo noi. Saranno le azioni che intraprenderemo a riempire i vuoti lasciati dal Destino.”
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
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Quando di notte rimango sveglio a pensare questa canzone diventa il sottofondo di tutti i tumulti interiori che, piano piano, vengono a galla e si trasformano rapidi in un vortice che mi porta a fondo mentre in me crescono l’ansia e la paura sapendomi in trappola, perché per quanto io possa provare a nuotare contro corrente non vedo vie di salvezza, non ci sono ancore di salvataggio fra i flutti agitati. Non so neanche più se provo davvero a spingere sulle mie braccia e le mie gambe stanche, se provo a rimanere a galla o se mi sto lasciando risucchiare nelle profondità di questo mare nero. Eppure cresce prepotentemente il desiderio di fuggire via da tutto quello che mi circonda, dalla sensazione di fallimento, che si porta dietro la vergogna e, ormai, un senso di rassegnazione sempre più dilagante nei sentieri bui della mia anima, dai giudizi che pesano sulle mie spalle, dagli obblighi, dalle scelte sbagliate, dall’apatia, persino da quelli che mi circondano e che, a modo loro, senza riuscirmi a spiegare perché, mi amano. Il desiderio di allontanarmi da tutto si traduce spesso nella volontà di non affrontare più questo argomento, né con me stesso né, tantomeno, con gli altri, eppure, lo so, da se stessi non si può sfuggire, forse dagli altri si può fare, ma non da sé. Ma poi, si può davvero fuggire da tutto? Non sono forse un essere umano, con le mie angosce, i miei sentimenti, le mie emozioni, il mio bisogno sociale, i miei affetti? Forse non posso fuggire da tutto e da tutti, ma continuo a sentire il peso di quanti si aspettano da me qualcosa e mi accusano e mi giudicano e puntano il dito contro di me quando si tratta di portare l’esempio negativo, quello da non imitare, quello da evitare. Dove sta la chiave per uscire da quest’incubo che, nelle notti peggiori, mi appare destinato a continuare per tutto il resto della mia vita? La cerco nelle mie tasche e non la trovo.
Avevo appena chiuso gli occhi, ero di nuovo ingoiato dal vortice nero e freddo, ma, stranamente, mi sono sentito riportare a galla, al centro di quel grande vortice e, davanti a me, è apparso un gabbiano dalle grandi ali bianche spiegate, un uccello che vive libero solcando i mari, che si libra nel cielo limpido, che sente il calore del sole tutto il giorno. Libero. Bianco. Come vorrei sentirmi io. Eppure si era posato sul mare agitato, a pochi centimetri da me, e mi fissava, ed aveva gli occhi di uno strano colore, puri. Mi ha detto delle cose. La Vita non è mai come ci si aspetta, è tumultuosa, dura, con pochi riconoscimenti per quanto fai, piena di fuochi fatui, con poche e piccole gioie momentanee che, troppo spesso, lasci passare in secondo piano, di cui neanche ti accorgi, ma è anche ricca di persone, ricca di emozioni contrastanti, a volte belle, a volta brutte, e non puoi mai sapere quale, tra queste possibilità, ti riserva il futuro prossimo e quello ancora più in là, ed è questo che la rende così interessante. Se potessimo leggere da un manuale le istruzioni per l’uso ne varrebbe ancora la pena? Ma soprattutto la Vita è ricca di te, ed il segreto è imparare ad apprezzarsi. Mi ha detto che, a volte, siamo ciechi verso tutto ciò che c’è di buono in noi, veniamo sopraffatti dalla visione a schermo intero del nostro lato peggiore, bombardati da mattina a sera da quelle immagini di noi che hanno come risultato quello di impoverirci l’anima, di lasciarci rassegnati che niente mai potrà cambiare. Mi ha detto che, a volte, dobbiamo avere fiducia in noi stessi più di quanto crediamo di poter fare, e fiducia negli altri, che si traduce nella possibilità di vederci attraverso i loro occhi quando i nostri sono ottenebrati. Mi ha detto che, a volte, dovrei fermare il tempo per assaporare il sorriso di coloro che mi amano quando siamo insieme, che dovrei custodire con cura i ricordi delle loro manifestazioni di fiducia, stima ed affetto, perché, quando attraverso i momenti peggiori della convivenza con me stesso e non vedo nulla di buono con i miei occhi, posso rivalutarmi attraverso i loro e riscoprire la parte migliore di me per ripartire da questa, da solo, con le mie forze, con la mia rinnovata fiducia. Mi ha detto che di essere stato felice non te ne accorgi fintantoché non sei arrivato alla fine di questa faticosa corsa che si chiama Vita, quando, stanco, metti insieme i pezzi e scopri che non è il successo, non sono i soldi, non è una bella casa, non è il lavoro a cui ambivi a renderti tale, ma sono le collezioni di sorrisi, di risate, degli apprezzamenti di chi ami e stimi, del profumo dei tuoi figli la prima volta che li hai stretti fra le tue braccia, delle soddisfazioni personali derivanti dalle tue abilità, anche quelle che non mostri a nessuno. Mi ha detto cose che so, che lasciarsi andare non paga, che nella Vita il dovere ed il piacere, il bene e il male, il bello ed il brutto non sono mai in equilibrio fra loro, che sta solo a noi trovare il giusto rapporto fra le cose, che a questo serve la grande forza che abbiamo dentro, che per ciascuno è diverso ma che, non per questo, non esistono persone in grado di comprendere il tuo equilibrio, i tuoi bisogni, persone disposte ad alleviarti il peso in qualunque modo desideri sia fatto, qualunque modo ritieni sia migliore, che non occorre preoccuparsi dei giudizi negativi di coloro verso cui non hai stima o non provi affetto perché non occorre caricarsi di altri mattoni mentre percorri il tuo cammino, e che, per quanto riguarda coloro che ti amano ma che non riescono a comprenderti ed apprezzarti in pieno, nonostante il tuo nascosto desiderio di vedere ricambiata la tua stima verso di loro, non puoi fare altro che tentare di non ingigantire questo desiderio al punto da crearti un altro grosso ostacolo nella mente, perché si può migliorare solo rimanendo sereni, ma non gli ho fatto notare che stava dicendo una banalità, perché, in fondo, di tanto in tanto, serve anche quello.
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
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"Di nuovo tu? Pensavo di non vederti più dopo l’ultima volta. Anzi, diciamo che ci speravo: quando parli ma non sei fisicamente presente posso ignorarti più facilmente. Come hai fatto a tornare?"
"Amo i temporali. Scatenano forze della natura a cui niente e nessuno può contrapporsi, così come tu non puoi resistere alle mie materializzazioni quando quello che hai dentro urla, graffia e ferisce molto più forte del solito."
"Che diavolo vuoi?"
"Oh, oh, nervosa? Sono qui per dirti due paroline. L’hai ascoltata bene questa canzone? "Un altro giorno evanescente, ancora un passo nell’ignoto, straniero sulla terra con la guerra dentro il cuore con la formula del vuoto capo di me stesso dentro il gioco, vittima del fuoco che mi arde dentro mentre cerco un modo”… "
"Che cazzo vuoi da me?! Te lo ripeto! Parla chiaro o tornatene da dove sei venuta che non ho tempo da perdere con i tuoi enigmi! Se ti piace giocare al grillo parlante fai, ma rapida!"
"Perché, cos’hai da fare di così importante da non avere tempo per ascoltarmi? Stai “cercando un modo”? E non ringhiarmi contro che sembri una matta! Tesoro, senza di me dentro, quando ti alteri, non hai alcuna personalità."
"Sì, sì, hai ragione. Come vuoi tu."
"Bene. Accettare la verità è il primo passo."
"Ascolta, “PERSONALITÀ”, vedi di cogliere il disappunto verso di te nelle mie parole d’ora in avanti, che mi secca stare a spiegartelo ogni volta! Ora: che diamine vuoi?"
"Mah… niente… Sai, ora che ti sento così ostile nei miei confronti mi viene in mente una domanda più che pertinente con la canzone che continuiamo ad ascoltare: è duro essere un vagone se vuoi esse la locomotiva, essere uno o centomila, senza nessun complesso, il capo di te stessa in una riga?"
"…"
"Non mi rispondi? Ma possibile che non reagisci mai? Ad ogni mia provocazione tu stai lì, ferma sullo sfondo. Quello che ti succede e le parole che ascolti da me non riescono a spronarti, accetti in modo passivo- aggressivo tutto, è come se tutto scivolasse, sebbene con un forte attrito, sulle pareti del tuo essere e ogni parola che ti ha fatto male si porta via un pezzo e ti lascia a ripensarci ossessivamente per giorni e giorni finché non sei stanca e archivi la cosa fino alla volta successiva in cui la stessa parola ti ricapulterà nella stessa condizione. E intanto non sei cambiata, intanto non hai fatto niente per reagire, hai accettato passivamente. Sei vittima di te stessa e lo sai, non sei il capo di te stessa, tu sei il vagone fintantoché la locomotiva sono io. Sei una o centomila, ma non sei senza nessun complesso."
"Affascinante. Brillante come sempre. Ora sparisci!"
"Non voglio."
"Cosa vuoi che faccia o dica per convincerti a tornare da dove sei venuta? Possibilmente mantenendo un religioso silenzio d’ora in poi quando avrai raggiunto il tuo posto di mia stupida coscienza."
"Voglio che tu realizzi che non è stando lì, immobile, fissando il vuoto oltre la finestra della stanza, il vuoto di una città frenetica, delle luci basse dei lampioni e della gente che si avvia di fretta verso la destinazione, lì muta ad ascolta il silenzio di quello stesso vuoto e a contemplare il tuo, concentrandoti solo sul rumore di questa pioggia scrosciante che ricorda tanto quello delle lacrime che tieni sempre dentro e che hai paura di versare, non si sa poi perché, che puoi reagire. Se stai aspettando l’illuminazione, fidati, che quella sono io, e tu mi scacci. Se stai aspettando che le cose si risolvano mentre stai lì seduta per terra, scordatelo. Io ho già vissuto più di una volta. Sono stata in questo corpo tante volte. Non puoi ricordare. Ho visto scorrere la Vita tante e tante volte, così tante da esserne disgustata, ma da te, non dalla Vita. Nulla è come appare. I tuoi desideri vengono brutalmente distrutti ogni volta che sei ad un passo dall’afferrarli o non appena inizi ad assaporarne il piacevole gusto, dopo aver a lungo lottato per realizzarli. Ma il problema non sta nelle circostanze, è che le tue emozioni sono sempre gioco di altri e ti lasciano in balia di te stessa. I tuoi castelli in aria sono sempre troppo alti per poter resistere alle tempeste. Quando ti sembra che tutto vada per il meglio inizia ad avere paura: sarà quello il momento in cui tutto crollerà. E il crollo sarà solo colpa tua, non delle congiunture. Limita le insicurezze, sposta il fuoco delle lenti attraverso cui guardi il mondo perché troppo spesso cerchi di vederti attraverso gli altri, inizia a bastare a te stessa, colora le tue giornate, riempile di parole, anche sconnesse, perché un giorno potrebbero tornarti utili, sposta l’attenzione dal mondo in cui vivi alienata e torna nella dimensione reale, non puoi vivere altrove, non se continui ad essere legata a chi qui giù ci vive, perché nessuno può seguirti lì dove sei tu, se non per una breve villeggiatura, ma non puoi chiedere a nessuno di rimanerci più a lungo. So che le mie parole non ti lasciano mai totalmente indifferente, so che condividi a pieno quello che ti ho appena detto, per questo accetta il consiglio: alzati, alza il telefono, fai quella telefonata che vuoi e devi fare, ricordati ogni giorno quello che desideri, “se sono un libro con una storia che si sta scrivendo, posso cambiarla ogni secondo ogni secondo me la invento”, e, quando meno te l’aspetterai, la locomotiva sarai diventata tu, io sarò solo il tuo vagone, esattamente come vorresti fosse ora."