domenica 11 aprile 2010

Frammenti.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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Mi sono svegliata tante volte col desiderio di aver solo avuto un incubo. Mi sono svegliata tante mattine con i pezzi del mio cuore sparpagliati sul letto. Mi sono svegliata sempre con la speranza di vederti e parlarti ancora una volta.
E tante volte, prima di alzarmi, ho dovuto cedere alla dolorosa realtà. E tante mattine, prima di alzarmi, ho dovuto raccogliere e rincollare i frammenti del mio cuore che diventavano più piccoli di rottura in rottura. E sempre, prima di alzarmi, la speranza di vederti e parlarti ancora una volta moriva. Come te.
Mi svegliai e mi alzai anche quella notte quando squillò il telefono. Fu l’ultima volta in cui non mi pesò, l’ultima volta in cui non c’erano pensieri migliori rispetto alla realtà a trattenermi sotto le coperte.
Dall’altra parte della cornetta lei piangeva, singhiozzava ed io non capivo, mi attraversò solo un brivido quando sentii il tuo nome, in preda al panico le dissi, sforzandomi di usare il tono più calmo che potevo, di tranquillizzarsi e smettere di piangere in modo che potessi capire quello che voleva dirmi.
Vorrei non averlo mai fatto. Vorrei non essere stata messa nella condizione di capire quello che era successo.
Riuscii a dirle “Arrivo”, poi la cornetta mi scivolò di mano e da qui per molto tempo ho avuto un vuoto. La nebbia sui ricordi si dissolveva sul volto di lui che mi guardava spaventato mentre io ero seduta rigidamente su una sedia di un lungo corridoio bianco d’ospedale con gli occhi fissi e spenti su di lui. Non sapevo quello che era successo prima. Forse ero stata così tutto il tempo. Non sapevo neanche quanto fosse stato “tutto il tempo”.
Ma una mattina, una di quelle in cui fui costretta a raccogliere i pezzi del mio cuore disseminati sul letto, prima che questo si frantumasse lo sentii gonfio, gonfio come solo l’ira può fare, e ricordai. Colmai il vuoto, sollevai la nebbia e provai un misto di sollievo, per aver finalmente riafferrato le immagini di quella notte, e profondo dolore, più profondo di quello che mi assale ogni mattina, per quello che la mia mente riportò alla luce.
La raggiunsi nel parcheggio del locale di cui, tra i singhiozzi, era riuscita a dire il nome. Molto vicino a casa mia. Arrivai prima dell’ambulanza, prima della polizia, ma non abbastanza velocemente per poterti fermare nel viaggio verso le tenebre, né per poterti dire, semplicemente, addio.
Arrivai e vidi lei tenerti tra le braccia e piangere disperatamente. Corsi verso di voi e quando vi fui davanti, dopo la prima rapida occhiata, crollai a terra. Le gambe non mi reggevano più. I miei occhi vedevano solo grandi macchie rosse e le mie mani cercavano di cancellare quelle sul tuo viso delicato e forse, inconsciamente, speravo che questo potesse svegliarti. Non piansi. Non piansi fino al momento in cui dovetti separarmi da te definitivamente, fino all’attimo prima in cui la bara di legno chiaro fu posta nel loculo di pietra bianca non una lacrima scese dai miei occhi e solcò il mio viso. Ero bloccata. Bloccata da un’ingenua ed illusoria speranza: che per qualche oscura ragione ti svegliassi o che saresti potuta rimanere lì, dormiente per sempre, accanto a me, in modo che potessi vederti e parlarti come era sempre stato. L’illusoria speranza che non eri andata via per davvero.
Ma tu via sei andata. Anzi, qualcuno ti ci ha portata.
La mattina in cui ricordai quello che era successo quella notte provai un odio profondo, una furia spaventosa, come successe quella stessa notte quando vidi i segni delle coltellate sul tuo corpo, i lividi sul viso, il sangue scuro che colava sull’asfalto e il coltello sporco di quello stesso tuo sangue poco più in là. E anche quest’enorme rabbia e il desiderio di vendetta che crebbero rapidamente dentro di me mi impedirono di piangere. Ringhiai a lei se l’aveva visto quel bastardo che ti aveva ridotto così, che t’aveva ammazzata, le urlai di dirmi dov’era andato e da quanto tempo era scappato. Lei non faceva altro che piangere ed io non facevo altro che gridarle di rispondermi fino a quando non mi disse quello che volevo sapere. E con quell’informazione mi ero trasformata in un istante in una macchina vendicatrice: sapevo che avrei vissuto le ore seguenti solo in funzione dell’attimo in cui avrei piantato un fendente nel ventre di quell’uomo per vederlo poi morire in modo straziante sotto i miei occhi senza distogliere mai lo sguardo.
Il mio pensiero andò subito alla ricerca di modi per rintracciarlo: salire in macchina, dirigersi verso il bosco lì vicino dove sicuramente aveva guidato ed abbandonato l’auto sulla quale era salito per far perdere le tracce di sé tra gli alberi. Gli avrei dato la caccia anche tutta la notte se fosse stato necessario.
Non lo fu. Perché in un attimo in cui lei era girata verso il fondo del parcheggio lo vide ed urlò.
Non fui mai più veloce: corsi in quella direzione e lo inseguii per qualche metro prima di riuscire a mettergli le mani addosso, senza preoccuparmi se fosse o meno solo, non m’importava di quello che potevano farmi, l’importante era che lui pagasse per quello che aveva fatto a te.
Lui era chiaramente rallentato dalla droga e dall’alcool, questo mi aveva permesso di raggiungerlo e mi offriva ora un altro vantaggio. E forse avrei dovuto avere pena di lui vista la sua condizione, ma nella mia mente dilagava solo il caos attorno all’idea ossessiva di piantargli il coltello nelle carni.
Mi colpì con un pugno ed io colpii lui, rotolammo l’uno addosso all’altra per qualche minuto finché io non riuscii a rialzarmi per assestargli un colpo sulla nuca con il gomito che lo stese momentaneamente dandomi il tempo sufficiente per estrarre dalla cintura il coltello che mi ero portata dietro, lo stesso con cui lui ti aveva uccisa. Gli diedi il tempo di rimettersi in piedi dritto davanti a me perché lo volevo guardare negli occhi mentre moriva. Rapida sferrai un colpo e quando si accasciò a terra ne inflissi anche un secondo ed un terzo. E rimasi lì. Lo guardai morire. Non provai pietà. Non ebbi rimorso. Sentii la mia ira iniziare a placarsi e il cuore decelerare. Potrei dire che assaporai un istante di pace. Lo assaporai finché non mi resi conto di ciò che era accaduto, di quello che avevo fatto, finché non sentii intimarmi di alzare le mani e gettare l’arma.
Passai il resto della notte in osservazione in ospedale.
Passai le notte seguenti, per diversi anni, in un carcere.

venerdì 12 marzo 2010

Rebel Rebel

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine




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Ho il blocco dello scrittore.
E detto questo potrei fermarmi. Uno perché se sono in blocco allora non ho niente da dire e, quindi, perché continuare a riempire un foglio di parole inutili e fini a loro stesse? Due perché io non sono uno scrittore ed è quantomeno presuntuoso da parte mia definire la mia incapacità di riversare pensieri e storie su carta come “blocco dello SCRITTORE”.
Però, in fondo, lo so io, lo sapete voi, cose da dire ne avrei tante, e, oltretutto, sono pure presuntuosa quel tanto che basta per fregiarmi di titoli che non mi appartengono.
Ora, il blocco c’è e le cose da dire pure, paradossalmente. La presunzione, abbiamo detto, non manca, quindi quest’ultima mi autorizza a fare un po’ tutto quello che mi pare e piace. Compreso impossessarmi delle parole altrui e metterci del mio, così le abbellisco un po’, va! Tanto io sono più brava! Tié!
Ripescando un po’ dal mio passato c’erano delle parole che avrei tanto voluto aver pronunciato io, ma le hanno affidate a quel gran bel figliuolo dell’Accorsi e quindi a me non resta che rivisitare un poco il discorso del buon ribelle Freccia.
Credo nelle rovesciate di Bonimba, - e ci potrebbe stare in effetti. Negli anni in cui era militante nella Vecchia Signora s’intende! Che, si sa, Freccia sicuro si riferiva agli anni nell’Inter, era ner’azzurro sicuro! Cosa che, voglio dire, Freccia, se avessi visto l’Inter dei nostri tempi sicuro avresti cambiato squadra, fino anche a pensare di tifare Milan per ripicca perché a te non è mai piaciuto vincere facile come a qualcuno quando scende in campo! - e nei riff di Keith Richards. – non ci capisco molto di musica ma, i Rolling Stones sono i Rolling Stones! Te l’appoggio Fre’! - Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa, che viene a prendere l'affitto ogni primo del mese. – Ma anche no! Perché è la sottoscritta che va dal suo bradicardico padrone di casa a strimpellare il campanello ogni mese con l’impressione di mettere in mano cinquecento preziosissimi euro ad un lobotomizzato che ha difficoltà a comprendere frasi semplici quali: “A che ora posso passare a casa sua per pagare l’affitto?”. I soldi però li sa contare! E’ interessante osservare, da un punto di vista scientifico, come, sebbene gli sia stato asportato chiaramente un emisfero, conservi la capacità di operare progressioni geometriche. - Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi. – Capitolo genitori. Capitolo Madre: vedi “La mia vita dai 5 ai 23 anni”. Incomprensioni, sospetti, urla, crisi isteriche, violenze verbali e fisiche, silenzi assordanti, silenzi definitivi che cullano una tanto agoniata pace interiore. - Credo che un'Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa. – E ti sei sbagliato Freccia! Ti sei sbagliato! - Credo che non sia tutto qua, - Non credo, no, ma credo che tutto sia nella nostra testa e in quella degli altri, sono le Idee che governano il Mondo. E siccome, come dicevo all’inizio, mi cullo nella presunzione, vi dico che non è tutto qua, ma solo pochi eletti riescono a capire il senso di quello che sta aldilà di qua, non senza difficoltà e non senza passare per una fase di depressione profonda nella quale accarezzano l’idea del suicidio per mettere a tacere tutte quelle Idee nella testa - però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio. – Ed io no. Dio è solo un prodotto della nostra alienazione. Di noi esseri perennemente insoddisfatti e in malafede che sentiamo il bisogno di proiettare al di fuori delle nostre coscienze il lato migliore per poter ubbidire ad un elevato principio d’autorità che ci indichi la strada da seguire e come seguirla così che tutto ci appaia più facile o giustificato e giustificabile. - Credo che se mai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con trecento mila al mese, - E le cose in questo Paese non cambiano mai. E' amara la realtà per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro, forse ancora più amara per quelli che non sono più tanto giovani ma in vent’anni hanno visto ridurre il loro potere d’acquisto vertiginosamente - però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose. - Io i culi non li lecco! E' un giochetto che non mi ha mai attirato. - Credo che c'ho un buco grosso dentro, - e si allarga - ma anche che, il rock n'roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono. – e sì, dai. Amichette a parte. - Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddie Merckx. –No, da te stesso non scappi. Sei lì, dentro di te, tutto il tempo. E senti i tuoi pensieri che fanno eco e vanno sempre più a fondo, si radicano sempre più, ma, contemporaneamente, sono anche sempre in primo piano, tutti insieme, tutti affollati, che non sai quale pensare consciamente per primo, fino a che non ti porti le mani alla testa e la scrolli a destra e a sinistra urlandoti di smettere di pensare e di scappare da te stesso. Ma da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merckx! - Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri. – E gli altri non possono sapere proprio un cazzo della mia. Ed è per questo che non me ne frega un cazzo di quello che pensano quelli che mi giudicano. Però mi frega di quello che pensano quelli che non lo fanno. E questo, a volte, diventa un problema.

domenica 28 febbraio 2010

Le ali della Libertà

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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E’ nella notte eterna che ti ho lasciato andare, certamente meno buia delle ombre che ti circondavano come fossi uno sventurato cieco, confinato in una stanza semibuia, immobile in un letto che ogni giorno profumava di lavanda, capace solo di abbozzare un sorriso ogni tanto, sforzandoti enormemente.
E ti ho lasciato andare rispettando la tua volontà, accettando con sacrificio una decisione che non spettava a me, guidata dall’amore che ancora provo per te, che si rinnovava ogni volta che incrociavo i tuoi occhi, che ardeva delle volte, come quando la scintilla nei tuoi occhi si faceva viva, e che era la mia chiave di lettura per ogni tuo sguardo, cosicché tu, mio muto fantasma, non dovessi costringerti a bisbigliare con la voce flebile così distante dal timbro profondo di un tempo. Cosicché io non fossi costretta all’impressione di sentirti già parlare da un luogo troppo distante da me. E per questo ringrazio la sensibilità della Natura umana: la ringrazio per aver potuto imparare una lingua senza parole, i cui segni sono i bagliori emessi da un’iride colorata con un dinamico puntino nero al centro. E sono riconoscente al Destino per avermi concesso molti anni per imparare a leggere lo specchio della tua anima perché è stato grazie a questa conoscenza che ho potuto interpretare quando è giunto il momento di lasciarti andare, quando è arrivato il momento di far scorrere nelle tue vene l’ultima e più massiccia dose del tuo elisir di fintavita. E mentre questo fluiva sapevo di poter sopportare il tuo sguardo, mi ero interrogata a lungo su questo, e dentro vi leggevo un’unica parola: gratitudine. Gratitudine per averti restituito la libertà e la dignità che spetta a ciascuno di noi. E così, cm non credevo, nell’istante in cui il mio pollice spingeva a fondo lo stantuffo della siringa somministrandoti la dose fatale, non ho avuto tempo per cullare i miei egoistici pensieri che accarezzavano l’idea di tenerti ancora lì con me per poterti guardare, parlare, vederti rispondere con lo sguardo, ascoltare respirare sebbene a fatica. Ma quando hai chiuso gli occhi l’ho fatto anch’io con la voglia di seguirti e con un disperato ed insensato desiderio di vedere coi tuoi occhi, di scoprire cosa c’è al di là e se è vero che nell’ultimo istante la tua vita ti scorre davanti e sei investito da tanti flash. Ed in quel momento, per un lungo attimo ho bramato con fervore che fosse così, per avere appagato l’egoistico piacere di essere io il tuo ultimo ricordo.
Ma chiudere gli occhi non è stato sufficiente per assecondare il desiderio se non con la mia sfrenata fantasia, quella che mi fa sognare ad occhi aperti che sei ancora qui,sano, che mi stringi e mi sorridi e che poi mi lascia il sapore amaro della solitudine quando svanisce come una nuvola spazzata via dal vento sopra la mia testa. Ma c’è qualcosa che mi rende forte nonostante tutto: so di averti restituito in morte le ali che la vita ti aveva sottratto, anche se sembra paradossale dipingerti con le ali parlandoti mentre sei due metri sotto terra.

sabato 20 febbraio 2010

A song for the lovers

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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“Ciao!”

“Ciao” rispose lei senza entusiasmo.

Lui entrò rapido nel salotto illuminato solo da una lampada alta e si avvicinò deciso allo stereo, estrasse un CD dalla tasca sbottonata del pesante giaccone nero e lo infilò lentamente nel lettore mentre lei, rimasta esitante sulla porta per un momento, seccata da quella visita, lo aveva raggiunto e lo osservava con lo sguardo attento e duro. Lui tolse il giaccone mentre la musica riempiva l’aria e, guardandola con occhi furbi ed un sorriso di sfida, lo abbandonò sul divano bianco con un gesto scherzosamente stizzoso e la guardò insistentemente prima di muoversi, ed avvicinandosi a lei non poteva fare a meno di pensare che quell’espressione inflessibile che gli si parava davanti fosse solo una copertura, fastidiosa per entrambi, che ben presto lui avrebbe buttato giù e questo lo faceva sorridere.
Lei rimase immobile al centro del salone, in attesa della prossima mossa di lui, frenata da se stessa anche per accennare un sorriso beffardo di risposta. Ma aveva riconosciuto immediatamente quella canzone e forse i suoi occhi l’avevano lasciato trasparire e forse si erano lasciati sfuggire anche un luccichio che avrebbe potuto accompagnare il brivido che le era corso addosso. E forse sperava anche fosse davvero accaduto, per poter comunicare con lui senza parole, perché quelle davvero non riusciva ad usarle vittima dell’orgoglio. Ma quando lui fu così vicino da sfiorarle le labbra lei aveva già ripreso il controllo delle proprie emozioni e non sottrasse mai lo sguardo di sfida e la bocca, vogliosa di tremare, non si schiuse.
E mentre lui, guardandola profondamente negli occhi, le accarezzò il profilo finché le sue mani non si fermarono sui fianchi, lei, immobile, con lo sguardo duro, cercava di allungare col pensiero la distanza fra loro affinché quel fuoco che le ardeva dentro non fosse percepibile attraverso il suo corpo. E lui, lui, lei lo sapeva, lui conosceva i macchinamenti che poteva giocare la mente di lei, e conosceva il modo migliore per accorciare le distanze che lei tentava di allungare ed estese il suo silenzio guardandola ancora insistentemente col sorrisetto beffardo. E lei, lei, lui lo sapeva, amava quei suoi atteggiamenti sprezzanti, fintamente arroganti, e desiderava baciare le sue labbra sottili quando il lato sinistro della bocca si inarcava delicatamente all’insù ma reprimeva con grandi sforzi ogni istinto, ricacciandolo e celandolo dietro una maschera di indifferenza che agli occhi di lui appariva come acqua limpida.
Era un gioco di forza fra loro: nessuno dei due avrebbe ceduto nonostante il desiderio di abbandonarsi completamente nell’altro.
E le mani di lui erano ancora poggiate sui fianchi di lei quando cominciò a muoversi a ritmo con la musica sorridendole complice e gli parve che la maschera di lei evaporasse non troppo lentamente. Stupore fu quello che avvertì lei nel vederlo provare a coinvolgerla nei suoi movimenti, ed in pochi secondi non controllò più le sue reazioni e, dopo un sorriso di risposta, rise, rise di gusto finché lui, rapidamente, lasciando liberi i fianchi di lei, le afferrò il viso e la tirò a sé per baciarla. Nell’animo di lei fu come un’esplosione e le sue mani si poggiarono sul viso di lui come a tirarlo ancora di più a sé. E la testa era improvvisamente leggera, tutti gli intricati pensieri di donna erano spariti ed esisteva solo quell’attimo, quell’assenza di distanze, la sua lingua morbida ed umida nella sua bocca, il suo respiro caldo e la voglia di lasciarsi andare. E le mani di lui scivolarono delicate fino ai fianchi, di nuovo, con un gesto che contrastava con l’impeto con lui la conduceva sul divano senza staccare le labbra da quelle di lei. E quando le mani scivolarono sotto la maglia di lei, mentre lui era ormai disteso sopra avvolgendola con passione, un brivido le corse lungo il profilo dal basso fino alla nuca e in un attimo fece lo stesso con lui, sfilandogli la maglietta, e separò le labbra da quelle di lui per posarle sul suo collo finché lui non le tolse la maglia, poi riprese a stuzzicarlo con dei piccoli morsi sul collo e con la lingua impudente e la musica, la musica, la musica continuò a riempire la stanza per ore, udita a tratti quando non era sovrastata dai gemiti dell’amore.

domenica 14 febbraio 2010

Stairway to Stars

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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Ed è oltre una nuvola di fumo, che sale rapida e si disperde nel cielo scuro, che si perdono i pensieri di un’anima stanca. Ed è oltre quella nuvola di fumo, che esce dalla bocca della forma corporea di quell’anima, che si profilano immagini diverse, rapide, che quasi scivolano l’una sull’altra. Non è semplice afferrarle, definirle, decifrarle. Scorrono. Riemergono dal passato, si fanno strada uscendo dall’affollato presente, precedono il futuro.
Rannicchiato sui fili d’erba umidi con le spalle al muro e lo sguardo fisso nel vuoto, una canzone gli riempie la testa e gli sembra di vedere le note monocromatiche illuminate da un leggero luccichio volteggiare davanti ai suoi occhi con una consistenza gommosa, vien voglia di afferrarle ma non un muscolo risponde all’impulso. Solo le palpebre si chiudono e si aprono e la bocca accenna un sorriso finché lo sguardo si fissa poco più distante. I suoi giocattoli sono ricomparsi dove li aveva lasciati l’ultima volta ed i colori non sono sbiaditi col tempo, tutto conserva quell’aria allegra, anche nell’oscurità, di quelle mattine di maggio, quando il sole diventa più caldo ed i bambini possono giocare liberi dai pesanti cappotti e gli alberi si riempiono di colori. Ed assapora il gusto di quei giochi di quei tempi così lontani dagli obblighi e dalle preoccupazioni. Quell’altalena di legno è ancora nello stesso posto, dopo tanti anni, ed una bambina la fa dondolare in alto, sempre più in alto, veloce, sempre più veloce. E per un attimo gli sembra di pulsare di nuovo per quella stessa sensazione di batticuore che provava ogni volta che la sentiva e la guardava ridere divertita. Con la testa reclinata sulla spalla destra guarda oltre la siepe, dove il lato opposto della strada è illuminato dalla luce fioca di un lampione, quando lo sguardo torna a posarsi sull’altalena e sui giocattoli tutto è sparito misteriosamente com’era apparso. Ed intanto una farfalla scura vola sulla mano che tiene poggiata sul ginocchio destro, mentre la mano sinistra continua a far rotolare la sigaretta fra medio ed indice dopo ogni boccata. E mentre il fumo scende lento chiude gli occhi. Il pensiero di essere incompreso lo assale, una sensazione di solitudine lo divora. Una boccata d’aria pungente gli gonfia il petto e si abbandona alla sua fantasia. Dolce rifugio per quanti sono prigionieri di una realtà che sentono non appartiene loro.
E quella musica che sembrava essersi affievolita nell’eco dei suoi pensieri torna vibrante. Sulle grandi ali della falena scura sembrano esservi due grandi occhi neri disegnati, intensi, così intensi da sembrare reali, così intensi da avere il dubbio di poter comunicare con loro. Con un colpo di ali si libra in volo, lo sguardo la segue per pochi istanti: in un baleno è confusa nel buio. Poco più in là, nella stessa direzione in cui quella sembrava essersi smaterializzata, una scala luminosa bianca inizia a prendere forma, gradino dopo gradino. Leggero gli sembra di alzarsi, attratto inspiegabilmente da quella luce quasi come se l’istinto ancestrale della falena che si era posata su di lui poco prima fosse stato trasferito in lui. Sale i gradini senza mai guardare in basso oltre il loro limite, prestando attenzione solo alle curve leggere che la scala gli pone davanti quasi attorcigliandosi su se stessa. Quando si ferma sull’ultimo gradino un sorriso si disegna sul volto ed un desiderio irrefrenabile s’insinua: allunga la mano, quello che tocca è una stella, sente le sue punte di luce pungergli le dita, il suo calore scaldargli la mano ed è come se potesse penetrare più in profondità. Guarda in basso e vede se stesso sorridente. E lì in alto il tempo ha perso la sua struttura, sgretolata in frammenti d’eternità.
Dal basso, ancora seduto sull’erba bagnata, si vede proteso verso l’ultima stella, quella che si vede brillare meno, eppure ora sa che è abbagliante e calda. Sorride. Ed una sensazione di pace lo pervade, si sente tagliato fuori da una realtà che non gli appartiene ma, forse per la prima volta, comprende la pienezza dell’essere al di là della comprensione di quanti applicano un’algebra lineare alle loro vite, ai loro pensieri, ai loro sentimenti, cosciente che solo un’anima profondamente complicata, fuori dalle logiche e dagli schemi comprensibili ai più può toccare il cielo con un dito in una notte d’inverno mentre rimane seduto ai margini di una società in continuo affanno. Chiude gli occhi. Si volta ad Ovest, li riapre: è ancora buio ma le tenebre sembrano dissolversi. Lentamente volta la testa ad Est: oltre la collinetta con gli alberi alti, la luce del Sole s’affaccia. Sorride di nuovo e lascia che quei raggi facciano chiarezza dentro di lui, cancellando le ombre degli ultimi fantasmi del passato e rischiarendo quei pensieri neri del presente fino a prendere nuovamente possesso di sé.

18 novembre 2009  23.23