sabato 31 luglio 2010

Panico

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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E’ la sensazione di non essere padrone di te stesso che ti conduce verso l’oblio della tenebra, in quel luogo dove rimane solo un pensiero e lo percepisci come riecheggiasse urtando contro le pareti della stanza che, per ogni secondo che passa, si stringono claustrofobicamente su di te.
E per quanto sia orribile quell’unico pensiero che ti è rimasto e vorresti scacciarlo con tutte le tue forze c’è una parte di te che lo afferra e non vuole mollarlo perché pensare è quello che ti rende vivo. E per qualche secondo che sembra durare in eterno quell’idea primeggia alimentando il tuo terrore e il vuoto che dilaga dentro di te una volta aperta la ferita. E’ sentirsi spezzati dalla sensazione che pezzi di te crollino in terra sgretolandosi e che il cuore sia pronto a frantumarsi da un momento all’altro per seguire il resto, perché non può durare molto più a lungo degli altri pezzi: è lì che hai sentito il primo squarcio, prima o poi cederà, non sai esattamente quando ma sai che succederà e lo farà presto. E per questo ti sforzi di spalancare gli occhi, quasi a voler afferrare la prima immagine serena che possa trarti in salvo, non vedi nulla davvero. E per quanto ti sforzi di respirare aiutandoti con la bocca l’aria si blocca in gola tanto da farti male e il fiato ti continua a mancare, il peso sul petto è sempre più insopportabile, la testa sempre più leggera e quasi ogni sua facoltà è azzerata, non riesci neanche ad emettere un suono. E la consapevolezza della tua condizione di afonia ti avvicina sempre di più all’attimo in cui non sarai più, come fa la tua tremante rigidità. Ma il tuo cervello sta funzionando perché realizza per te immagini di un completo buio stretto attorno a te che ti imprigionerà per sempre dal quale non esiste via d’uscita una volta attraversata la linea tra luce e oscurità. E queste immagini non fanno che amplificare il terrore di stare per attraversare la linea nell’immediato, consapevole che non basterebbe puntare i piedi sul terreno, aggrapparti a tutto quanto di saldo trovi sulla via, ammesso che il tuo corpo di colpo riprenda ad obbedire al tuo volere, per rimanere dal lato in cui i tuoi occhi vedono, il tuo cervello pensa tu parli, ridi, ami e odi.
E più cerchi di sgombrare la mente più i tuoi assilli si ripresentano, uno ad uno, poi insieme, poi il più lontano e il più recente. Bussano insistentemente alle porte della tua anima, ululano il tuo nome, graffiano sui vetri, non puoi non sentirli, non puoi mai non ascoltarli.
E’ un brivido gelido, un senso di morte imminente, il crollo di ogni certezza, è panico, quello che ti prende.


6 Maggio 2010

venerdì 30 luglio 2010

Tanto sono solo parole.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine

Questa va a chi sa perché scrivo
A chi non servono parole per intendere un “grazie”
È per tutte quelle volte che avrei voluto aggredire un foglio bianco sfogando le frustrazioni di sempre, per quelle volte che l’ho fatto ed ho sbagliato, ferito, graffiato.
Questa va a chi sa che colore ha la notte quando è solo tra le vie della sua città, che odore ha quando è stato abbandonato, fregato, da sta vita qua.
Questa va a chi non ha parole nuove e quelle che ascolta ricorrono come dejà vu.
A quelli che non vedono futuro e sono spaventati dal viaggio, a chi partirebbe anche domani senza sapere dove andrà.


21 Febbraio 2010

giovedì 17 giugno 2010

I Won't See You Tonight.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine

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Scorre ancora come un fiume rosso vivo in piena che rompe gli argini. Si allarga la macchia, distante dalla sorgente che ho aperto squarciando la carne del tuo petto con un unico fendente improvviso, sicuro, criminale ma, per me, senza peccato. Aver dormito tante notti, tranne questa, con la testa poggiata sul tuo cuore pulsante mi ha avvantaggiata nell’atto di condannarti.
La nostra ultima notte è stata anche la tua e la vostra, e si conclude ora, con le prime luci dell’alba che, entrando dalla finestra affacciata sul prato verde e sul pesco in fiore, originano sfavillanti scintillii sul tuo sangue che rimarrò qui a contemplare finché il sole non si sarà levato del tutto, quando tutto, forse, cambierà.
Forse lei avrebbe trovato romantico assistere al tuo sacrificio in nome del vostro amore. Avrei voluto chiamarla per regalarle quest’emozione ma perché? Ti ho diviso con lei negli ultimi mesi, in silenzio mentre lei rubava le mie emozioni, così, mi è sembrato doveroso appropriarmi in esclusiva di questa: dell’odio e della vendetta, dell’odore e del sapore del tuo sangue. Della piacevole sensazione di guardarti mentre ti accasciavi a terra, con gli occhi fissi su di me che ti sorridevo diabolica mentre le mie dita, sporche del tuo sangue, sfilavano sotto il mio naso e bagnavano le mie labbra e la mia lingua. Sorridevo perché il sapore della vendetta è il miglior piacere che possa essere offerto ai nostri sensi.
E poi, probabilmente, se fosse stata qui avrebbe tentato di fermarmi la sciocca, o mi avrebbe immediatamente denunciata, impedendomi di rimanere qui a meditare e celebrare questo momento.
Inspiro profondamente, non credere che sia perché abbia bisogno di riprendermi, non ho ansie, non ho sensi di colpa, non ho paura, io adoro l’aria pungente del mattino, quella che, se chiudi gli occhi, ti trasmette l’impressione che, se ti concentri ancora un poco, puoi librarti in volo e lei ti porterà con sé fino all’orizzonte, rimanendo a mezz’aria sul mare che luccica, libero dalle preoccupazioni, capace di sfiorare solamente i tuoi pensieri, senza la necessità di approfondirli così da assaporare il gusto dolce della pace. Ma questa è una sensazione, è effimera, ora che il venticello fresco che entrava dalla finestra si è concesso una pausa e riapro gli occhi, davanti a me c’è il tuo corpo esangue e i flutti del tuo sangue iniziano a placarsi e la macchia scurisce.
“L’amore provoca solo sofferenza.”, quante volte te l’ho ripetuto? Soffri quando ami e l’oggetto del tuo desiderio non ti corrisponde, o, peggio, quando smette di farlo. Soffri quando ami e sei costretto a dividere il tuo amore con un altro, o, nella migliore delle ipotesi, quando sei divorato dal timore di esservi costretto prima o poi. Soffri quando smetti di amare e non vuoi ferire.
Io ho sofferto stanotte mentre facevo l’amore da sola perché tu non c’eri lì con me e quando te ne sei accorto era troppo tardi: quel nome l’avevi già pronunciato. Uscire dal letto e rivestirti quando ancora non eri pronto a farlo non è bastato a salvarti.
Tu hai sofferto mentre ti uccidevo e continuavo a guardarti negli occhi.

lunedì 10 maggio 2010

Polvere.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine


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Per anni questo ricordo è rimasto sepolto sul fondo della mia anima. Ho lasciato che uno spesso strato di polvere lo coprisse.
La polvere. La polvere non è sporca come lo erano le sue mani sempre in ordine. Le sue grandi mani da adulto, troppo morbide per essere sincere. Dalla prima volta che mi sfiorarono ebbero il potere di irrigidirmi completamente, di insinuare in me una grande paura, seconda, però, al mio enorme senso di colpa. Ripeteva che meritavo di essere trattata così come faceva. Lo meritavo perché una bella bambina non è un dono del Signore ma una tentazione di Satana. Mi mostrò la mia natura di strumento del peccato spogliandomi nuda davanti ad uno specchio e rimasi zitta ad ascoltare, sopraffatta dalla vergogna per me stessa. Così, quando uscì la prima volta dalla mia stanza dei giochi, non ebbi il coraggio di affrontare di nuovo lo specchio. Da quel giorno non ebbi più neanche il coraggio di alzare lo sguardo, spaventata dalla possibilità di incrociare quello altrui e indurlo così in tentazione.
Mi raggiungeva spesso nella mia stanza dei giochi, chiedendomi di giocare con lui con fare tenero, prima quando la mamma usciva, poi anche quando la mamma era al piano di sotto, prima della cena. Qualche volta volle giocare anche di notte, entrando nel mio lettino e sussurrandomi che non avevo bisogno del mio orsacchiotto Otto per essere protetta, che lui era lì per quello e, mentre lo diceva, cingendomi con un braccio, lasciava correre la mano sulla mia pelle sempre più bianca. Un bianco che, con gli anni, cominciò a contrastare eccessivamente con i lunghi graffi color rubino che solcavano le mie gambe e braccia e i minuscoli taglietti che minuziosamente operavo sui polsi.
Non ebbi mai il coraggio di raccontare. La vergogna era troppo grande. Forse avrei potuto confidarmi con mia madre ma, in quel caso, più che la vergogna, mi bloccava un’idea: l’idea che mia madre sapesse e che le stesse bene così pur di non perdere l’uomo retto che amava e aveva sposato.

venerdì 7 maggio 2010

Lontani pomeriggi di Maggio.

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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Davanti a me un’infinita distesa di fili d’erba verdi, luccicanti sotto i raggi tenui e ambrati del tramonto, increspati dal vento di questo fresco Maggio come fossero onde del mare cariche di una leggera spuma. Cerco di fissare i pensieri e le immagini che si rincorrono nella mia mente perché non ho né penna né foglio per poterli scrivere e costruire le mie storie a metà fra realtà e pura fantasia, sogno, speranza. Forse è arrivato il momento di girovagare sempre con un quadernino in borsa, magari uno di quelli col portapenna, perché la penna, quando la cerchi, non la trovi mai, anche se ne hai milioni e così i pensieri ti sfuggono, soprattutto se, come me, ne pensi troppi tutti insieme e le immagini si accavallano e vorresti dar loro un senso più compiuto ma a quel punto non riesci più ad afferrare quelle che si sono affacciate per prime alla porta della tua coscienza e rimangono lì, alcune perdute per sempre, altre rispunteranno ma non puoi mai sapere né quando né se sarai capace di afferrarle quella volta. Però qui, seduta sull’erba bagnata, una sensazione l’ho bloccata prima che fosse persa per un tempo indefinito, o infinito che sia, ed ho sorriso per il ricordo che mi ha regalato. Mi guardavo intorno e assaporavo la quiete di quel prato, lontana dalla vita frenetica di una città che non dorme mai, respiravo i profumi dei fiori, della terra umida e poi, d’un tratto, ho respirato te. Chissà se leggendo capirai. Forse no, perché ti capitava spesso di non capire o di credere che non potevo aver scritto quello che avevi letto.
Ho respirato il tuo profumo e quello che c’era nell’aria frizzante di quei pigri venerdì pomeriggio di Maggio ormai lontanissimi, quando la musica riempiva la stanza e le tende erano animate dal venticello fresco che le coinvolgeva in una leggiadra danza ed io ero stanca e tu mi venivi vicino, mi sorridevi e poggiavi la tua fronte contro la mia ed io, chissà quante volte senza accorgermene, muovevo il naso a destra e a sinistra velocemente, come un topino. La maggior parte delle volte me ne rendevo conto solo dopo, perché tu allontanavi il tuo naso dal mio e mi guardavi con un sorrisetto divertito. Ma quello che tu non sai, forse lo immagini, chissà, è che sempre, prima che venissi a stenderti accanto a me a letto, ti guardavo per tutto il tempo mentre facevi le tue cose, il più delle volte mentre stavi semiseduto nudo davanti lo stereo, tra sedia, scrivania e sgabello, coi piedi arricciati, una cosa che mi ha sempre fatto sorridere perché mi ricordavi un bambino, quei bambini timidi che hanno bisogno di tante attenzioni per trovarsi davvero a loro agio e lasciarsi andare. E rimanevo lì a fissarti e a pensare, il più delle volte a fantasticare, mentre le tue playlists continuavano a suonare, sempre cercando di afferrare tutto quello che scorreva dentro la mia anima per tramutarle in un nero su bianco, come se tu fossi una sorgente d’ispirazione.
E mentre sto seduta qui a respirare ancora il profumo tuo e di quei pomeriggi, con l'immagine di te di fronte lo stereo impressa in modo indelebile nei miei occhi, fa capolino un rimpianto perché, nonostante parlassi troppo spesso di quanto fossi certa della fine di quelle belle giornate, in fondo credo che sperassi che fossero solo parole dettate dalla paura. Rimpiango che non ci siano ancora pomeriggi di Maggio.