lunedì 15 agosto 2016

Addio

La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj

"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine



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Devo smettere di aspettarti. È arrivato il tempo. Ho aspettato tanto. Ho aspettato invano. Sei lento, lo so, ma, forse, troppo per questo mio cuore che sanguina. Ha perso troppa linfa vitale per andare oltre. L' ho lasciata sgorgare convinta fosse l' elisir giusto per mantenere vivo il noi, ma così facendo mi sto privando di me, poco a poco.

Sotto questi alberi rigogliosi, sulla riva del fiume con la piccola cascata, nel posto che mi hai fatto scoprire, ti dico addio. Non so se leggerai mai queste righe, non so se proverai dolore o sollievo, ma sentivo l' esigenza di scriverle per rendere tutto reale. Ho lottato, lo sai. Ho creduto. Mi sono fidata. Ho lasciato che l' amore facesse il resto. Non è bastato. Mi rimane l' amaro in bocca. L' amaro delle cose che non abbiamo mai fatto, e penso a questo posto, per esempio. Penso a quanto sarebbe stato bello venirci di notte, passando lunghe ore a chiacchierare davanti alle nostre svariate birre e sigarette. Penso a tutto quello che di te e di noi mi mancherà. Ai tuoi sorrisi, abbracci e baci all' improvviso. Ai tuoi cambi d'umore e all' aria seccata, che scompaiono se trovo la chiave giusta per trasformarli in un attimo di tenerezza. Al modo in cui ti butti addosso a me, rannicchiato, quando senti la pesantezza del mondo, delle situazioni o delle persone. Ai viaggi con gli scazzi per le mie manie, che poi, alla fine, lo sai, con ritardo, tanto ritardo, le apprezzi. Ne hai avuto prova quest' anno. Alle volte in cui ti spaccherei quella testa dura, come fosse una noce di cocco. A tutto l' odio che ci prende in certi momenti, perché credo sia stata sempre la nostra scintilla. Noi che siamo contraddizioni viventi, noi che abbiamo bisogno di eccessi per sentirci vivi, in questo abbiamo sempre trovato il punto di forza, che ne fossimo consapevoli o meno, che ci piacesse o meno. A un' infinità di cose, che mi fa bene e male pensare. E forse è meglio che non ci pensi, altrimenti la forza per chiudere la porta mi manca, le mani diventano deboli, le braccia molli. Le gambe non si prestano a fare neanche un passo in direzione opposta. In bocca mi rimane l' amaro per questo sciocco istinto che continua a dirmi che non sarebbe dovuta finire. Mi fa sentire colpevole, ora. Eppure, io sto cercando di fare ciò che è meglio per me, perché, in fondo, me lo merito. E allora perché ogni volta che mi riprometto di dire basta si alza il vento? Perché mi sale il senso di colpa? Perché è come se, nonostante tutto, una parte di me mi chiedesse ancora tempo? Solo perché tanti anni non sono facili da abbandonare? È presuntuoso da parte mia, lo so, però io sono brava a sparire, a cancellare, ad archiviare. La mia parte robotica ha sempre funzionato bene. Perché mi tradisce ora? Qualcosa di più grande? La vita e i suoi disegni ci hanno messo lo zampino?

La vita e i suoi disegni. Le prove e gli ostacoli da superare. Molte vite un solo amore. Mi torna in mente una cosa che scrissi anni fa. Il prologo di quel progetto abbandonato. Un progetto scaturito da un sogno. Lui attraversa una foresta stregata, e la incolpa di averle lanciato un incantesimo per riportarlo da lei. Si era perso per tanto tempo. Lei non aveva lanciato un bel niente. Lui non capiva che ciò che lo aveva portato in quel luogo era il suo stesso cuore, incatenato da una catena che negli anni non si era spezzata. Lo aveva ignorato, continuava a farlo anche mentre trottava a cavallo verso di lei. Cieco. E io sono nel posto giusto per lanciare un incantesimo. Ma non lo farò. Scelgo di non farlo. Perché so che non è la cosa giusta. So che chi diventa cieco può vedere, in modo diverso, deve solo imparare a farlo. Solo allora sarà capace di distinguere le cose che ha di fronte. Solo allora saprà dare un nome a ciò che lo circonda. Ma non so se sperare che non sia troppo tardi. Non so dire se sarà troppo tardi. Sono una strega nel terzo millennio: interpreto oracoli, divinazioni e segni, ma sono cresciuta con un discreto senso pratico. E quest'ultimo inizia a portarmi lontano. E, mentre lo scrivo, una lucertola mi sfreccia davanti, si ferma, e mi guarda con un'aria che non stento a definire  inquisitoria. 

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