La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
Sfumano i contorni. Ne è rimasta solo l’immagine sfocata. La sua fisicità sembra persino impalpabile. Dentro come sarà?
Il vuoto fa paura. Il salto nell’ignoto carica di adrenalina ogni fibra. Ma che succede quando il vuoto è nella testa?
Delle volte aveva vent’anni, altre ottanta. Le energie lo abbandonavano troppo spesso e mancava di forza fisica per la maggior parte dei giorni in cui era costretto a trascinarsi sulla terra che coltivava e che gli pareva sempre arida, sempre così uguale a se stessa, incapace di destargli qualsiasi interesse, una creatura che non riusciva ad amare ma che lo inghiottiva per una giornata intera e quella successiva e quella dopo ancora, lasciandolo libero, quasi come fosse una gentile concessione, solo a sera. Su quella terra, chino a lavorare, senza riuscire a smettere di sentire la stanchezza neanche per un istante e non potendosi fermare nonostante tutto, si accorgeva che mancava anche di concentrazione. Scopriva giorno dopo giorno di non riuscire più a memorizzare nuove informazioni: non solo i nomi e i volti dei nuovi conoscenti si dissolvevano dopo pochi minuti nella sua testa, ma persino quelli di coloro che conosceva da anni non erano più considerabili certi, era costretto a riempire cumuli di foglietti su cui appuntava ogni numero, ogni orario, persino l’intera sequenza di azioni delle sue giornate e le coltivazioni dei vari campi. Imparare e tenere nella memoria nuove tecniche di coltura e produzione era impensabile. Inoltre le sue capacità cognitive gli apparivano sempre più caduche. Eppure alcuni giorni, rari, aveva vent’anni e possedeva le energie fisiche e mentali per concedersi di tutto, e sentiva di poter spaccare il mondo con un colpo piatto ben assestato su quella maledetta terra. Ma l’euforia si estingueva in breve tempo, durava finché riusciva a dedicarsi a qualcosa che non fosse l’obbligo di quelle colture e che, anzi, con esse non aveva proprio niente in comune. Poche ore in cui però riusciva a sentirsi di nuovo vivo e pulsante per un fremito improvviso, eccitato da un’idea, ispirato da ondate improvvise di progetti che però, lo sapeva, mai avrebbe realizzato per paura del fallimento o mancato tempo o mancata organizzazione, era libero di speculare su se stesso, almeno finché, così facendo, gli obblighi non iniziavano a far capolino alla sua porta, riportandolo con un tonfo alla realtà ed inducendolo ad elaborare strategie per evaderli nel futuro, per fuggire dalla gabbia che da solo si era costruito. Non aveva mai pensato di fare il contadino in vita sua. Un giorno, semplicemente, cominciò. All’inizio sotto la guida di uomini più anziani e alle loro dipendenze, poi, pian piano, si ritrovò a gestire dei campi suoi. Ma quel lavoro lo estraniava da se stesso e lo schiacciava, ed ogni nuovo giorno sentiva il peso di tutto ciò che stava perdendo stando lì ricurvo in un campo. Sapeva che la vita gli stava scivolando fra le dita, ma non come granelli sottilissimi di sabbia che cadono poco a poco, piuttosto come sassolini pesanti che, all’impatto col suolo, creano solchi. I solchi della sua anima aumentavano di continuo e non vi era altro modo di porre fine a questo scombussolante fenomeno se non quello di farsi coraggio e tentare la fortuna reinventandosi da capo e abbandonando i campi per sempre, facendo tesoro di tutto quello che gli avevano insegnato ma senza possibilità di tornare sui suoi passi perché nessuno dovrebbe sentire la sua figura sbiadire e sfumare i contorni mentre nella testa , poco a poco, tutto si cancella fino a lasciare il vuoto che potrebbe iniziare a risucchiare chissà dove l’anima.
venerdì 2 marzo 2012
lunedì 26 dicembre 2011
Il Giardino ed il Sole - qualcosa che non avrei dovuto scrivere, forse.
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
C’era una volta un Giardino, troppo spesso adombrato, colmo di tanti fili d’erba, fiori ed alberi da frutto che luccicavano e gioivano solo quando si affacciava il Sole.
C’era un tempo in cui il Giardino attendeva con ansia l’arrivo del Sole perché questo, illuminandolo, gli donava nuova linfa ed ogni cosa in lui cresceva tanto da dargli l’impressione che, se il Sole avesse continuato a sorgere, si sarebbe potuto estendere oltre i propri confini. Ma quando il Sole andava via ed il Giardino ripiombava nell’oscurità, di colpo e per qualche istante o più, perdeva di vista il senso profondo del calore del Sole su di lui e rimaneva imbrigliato nella rete tessuta dall’ombra. Una rete di paure ed incertezze che tentavano il Giardino di dimostrarsi all’altezza della sfida, senza rendersi conto che la sfida l’aveva lanciata lui stesso. E così giocava con l’ombra con le meraviglie che aveva da offrire, sapendosi porre un limite. Lo riconosceva da solo perché si rendeva conto di quanto tutto ciò che poteva trovare di interessante nell’ombra non fosse all’altezza delle stupefacenti sensazioni che provava ogni volta che veniva raggiunto da un singolo raggio di Sole. Ma nel buio, forse il più delle volte, si perdeva al di là delle proprie sfide e cominciava a dubitare di se stesso e a chiedersi come mai il Sole avesse, un giorno, deciso di iniziare a splendere su di lui. Inquietudine dopo inquietudine il Sole sorgeva di nuovo e placava ogni tormento.
Venne un tempo in cui il Giardino, sempre più attratto dall’ignoto dell’oscurità iniziò a volerlo guardare più da vicino, a volerne sperimentare sempre più, non rendendosi conto di quale grande potere confusionale aveva operato il buio su di lui. Era così teso verso l’obiettivo della conoscenza dell’oscurità che sentiva il peso del Sole che gliela portava via, convinto di poter trovare in essa tutte le risposte, persino su di sé. Fu così che chiese al Sole di smettere di splendere su di lui, ed il Sole, a malincuore, accettò.
Ma il mondo nell’ombra non era ciò che il Giardino si aspettava, ben presto, senza il Sole, tutte le sue meraviglie cominciarono ad appassire e la confusione generata dall’oscurità, una volta che si fu abituato a questa, si diradò come nebbia. Iniziò a sperare che il Sole tornasse a splendere su di lui, ma così non fu.
Il Sole, infatti, può decidere tante cose: di non splendere come ha sempre fatto, può brillare di meno su certi luoghi o non brillare affatto, può essere pallido e distante all’occorrenza, sebbene con enormi sforzi perché, in fondo, la sua natura è quella di emettere luce. Il Giardino commise l’errore che ogni creato compie almeno una volta: pensare al Sole come dato per scontato, aspettandosi sempre che sorga giorno dopo giorno, pressappoco uguale a se stesso e che sorrida se lo si desidera e si adombri quando lo spirito non può sopportarne la luce intensa. Ogni creato commette lo stesso errore dall’inizio del Tempo e continuerà a commetterlo fino alla fine, un po’ per sua presunzione, un po’ perché il Sole, che ama le sue creature, alimenta l’illusione di assecondare sempre il loro volere.
Il Sole passò tanto tempo a splendere lontano dal Giardino, concentrandosi su altri fili d’erba, brillando su laghi, fiumi e ruscelli, scaldando gli animali e nutrendo i campi degli uomini, però, sebbene queste riscoperte occupazioni sembravano tenere il pensiero sufficientemente lontano dal Giardino, egli sapeva che, come tutto nell’universo, non può dominare i suoi desideri, che si manifestano come raggi e, si sa, ai desideri ci si può opporre fintantoché loro non hanno la meglio e possono intraprendere la direzione ambita senza alcun consenso della ragione.
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
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C’era una volta un Giardino, troppo spesso adombrato, colmo di tanti fili d’erba, fiori ed alberi da frutto che luccicavano e gioivano solo quando si affacciava il Sole.
C’era un tempo in cui il Giardino attendeva con ansia l’arrivo del Sole perché questo, illuminandolo, gli donava nuova linfa ed ogni cosa in lui cresceva tanto da dargli l’impressione che, se il Sole avesse continuato a sorgere, si sarebbe potuto estendere oltre i propri confini. Ma quando il Sole andava via ed il Giardino ripiombava nell’oscurità, di colpo e per qualche istante o più, perdeva di vista il senso profondo del calore del Sole su di lui e rimaneva imbrigliato nella rete tessuta dall’ombra. Una rete di paure ed incertezze che tentavano il Giardino di dimostrarsi all’altezza della sfida, senza rendersi conto che la sfida l’aveva lanciata lui stesso. E così giocava con l’ombra con le meraviglie che aveva da offrire, sapendosi porre un limite. Lo riconosceva da solo perché si rendeva conto di quanto tutto ciò che poteva trovare di interessante nell’ombra non fosse all’altezza delle stupefacenti sensazioni che provava ogni volta che veniva raggiunto da un singolo raggio di Sole. Ma nel buio, forse il più delle volte, si perdeva al di là delle proprie sfide e cominciava a dubitare di se stesso e a chiedersi come mai il Sole avesse, un giorno, deciso di iniziare a splendere su di lui. Inquietudine dopo inquietudine il Sole sorgeva di nuovo e placava ogni tormento.
Venne un tempo in cui il Giardino, sempre più attratto dall’ignoto dell’oscurità iniziò a volerlo guardare più da vicino, a volerne sperimentare sempre più, non rendendosi conto di quale grande potere confusionale aveva operato il buio su di lui. Era così teso verso l’obiettivo della conoscenza dell’oscurità che sentiva il peso del Sole che gliela portava via, convinto di poter trovare in essa tutte le risposte, persino su di sé. Fu così che chiese al Sole di smettere di splendere su di lui, ed il Sole, a malincuore, accettò.
Ma il mondo nell’ombra non era ciò che il Giardino si aspettava, ben presto, senza il Sole, tutte le sue meraviglie cominciarono ad appassire e la confusione generata dall’oscurità, una volta che si fu abituato a questa, si diradò come nebbia. Iniziò a sperare che il Sole tornasse a splendere su di lui, ma così non fu.
Il Sole, infatti, può decidere tante cose: di non splendere come ha sempre fatto, può brillare di meno su certi luoghi o non brillare affatto, può essere pallido e distante all’occorrenza, sebbene con enormi sforzi perché, in fondo, la sua natura è quella di emettere luce. Il Giardino commise l’errore che ogni creato compie almeno una volta: pensare al Sole come dato per scontato, aspettandosi sempre che sorga giorno dopo giorno, pressappoco uguale a se stesso e che sorrida se lo si desidera e si adombri quando lo spirito non può sopportarne la luce intensa. Ogni creato commette lo stesso errore dall’inizio del Tempo e continuerà a commetterlo fino alla fine, un po’ per sua presunzione, un po’ perché il Sole, che ama le sue creature, alimenta l’illusione di assecondare sempre il loro volere.
Il Sole passò tanto tempo a splendere lontano dal Giardino, concentrandosi su altri fili d’erba, brillando su laghi, fiumi e ruscelli, scaldando gli animali e nutrendo i campi degli uomini, però, sebbene queste riscoperte occupazioni sembravano tenere il pensiero sufficientemente lontano dal Giardino, egli sapeva che, come tutto nell’universo, non può dominare i suoi desideri, che si manifestano come raggi e, si sa, ai desideri ci si può opporre fintantoché loro non hanno la meglio e possono intraprendere la direzione ambita senza alcun consenso della ragione.
“Oh I'm on my way, I know I am, somewhere not so far from here
All I know is all I feel right now, I feel the power growing in my hair
Oh life is like a maze of doors and they all open from the side you're on
Just keep on pushing hard boy, try as you may
You're going to wind up where you started from
You're going to wind up where you started from”
All I know is all I feel right now, I feel the power growing in my hair
Oh life is like a maze of doors and they all open from the side you're on
Just keep on pushing hard boy, try as you may
You're going to wind up where you started from
You're going to wind up where you started from”
venerdì 21 ottobre 2011
Senza ragione
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
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“Non c’è ragione per cui le cose stiano così, potrai passare tutti i giorni della tua vita di fronte a questa finestra a chiederti perché, senza che cambi alcunché.”
“Non c’è ragione per cui le cose stiano così, ma devo trovare una spiegazione accettabile che mi consenta di andare avanti. Non mi bastano le omelie di questi giorni in cui mi è stata offerta una ragione spicciola ed illusoria.”
“Ma se anche tu trovassi un motivo, non cambierà quello che è successo.”
“Devo trovare una ragione a cui appigliarmi, non capisci? Devo trovarla perché non ho più lacrime da versare e senza quelle ora non so che fare; colmavano il silenzio che c’è da quando è andato via, mi bagnavano il viso e, se chiudevo gli occhi e lo immaginavo vicino, avevo l’illusione del calore della sua bocca sulla mia guancia lì dove le lacrime solcavano il viso, sempre più giù, vicino alle mie labbra. Non ho più lacrime e non so cosa fare di me senza di loro. Ho bisogno di un motivo, di credere che una ragione c’è per potermi svegliare anche domani e non trovarlo nel letto.”
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“Sono venuto a trovarti per portarti una torta.”
“Grazie. Poggiala sul tavolino, la mangeremo a momenti: sta per tornare a casa.”
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“Sono venuto a trovarti per portarti una torta.”
“Grazie. Poggiala sul tavolino, la mangeremo a momenti: sta per tornare a casa.”
“Mi piace vederti sorridere. Ma lui non tornerà, lo sai. Lo aspetti ogni giorno da dieci anni, non sei neanche più a casa tua, non te lo ricordi?”
“Davanti a me vedo te, e dietro di te la finestra che affaccia sul giardino con i peschi in fiore e, al suo fianco, il tavolino su cui lui poggia sempre le chiavi ed io mi siedo a scrivere il mio diario; dall’altra parte della stanza ci sono i quadri che abbiamo dipinto insieme, l’ultimo lo abbiamo appeso ieri, come puoi dire che non sono a casa mia?”
“Sulla parete non c’è nessun quadro, e sotto la finestra di questa stanza non c’è alcun giardino. Mi dispiace dover essere sempre quello che cerca di riportarti alla realtà, ma non puoi continuare a vivere così, hai buttato via la tua vita da quando lui ha perso la sua.”
“Ma di cosa parli? Qui nessuno ha buttato via o perso qualcosa. Vedi come sorrido a questa vita? Questa vita ricca di cose meravigliose che vedo nella mia testa, di momenti magici che trascorro con lui, del calore del suo abbraccio che solo io posso ricevere, delle sue parole che solo io posso intendere, di tutte le notti in cui, poggiando la testa sul cuscino, mi giro e lo trovo al mio fianco e sposto la mia testa sulla sua spalla e rimango rannicchiata su di lui tutta la notte ed ogni mattina mi sveglio e gli sorrido quando apre gli occhi. Come puoi dirmi che ho buttato via la mia vita? Io sto vivendo esattamente la vita che volevo vivere. Ringrazio il cielo, il fato o Dio, se esiste, per non aver trovato la ragione che cercavo tanti anni fa. Se l’avessi trovata non mi sarei rifugiata dove sono ora, dove c’è lui.”
“...”
“Ti lascia senza parole il fatto che io abbia idea che esiste una realtà diversa da quella che vivo quotidianamente, ma che vi ho volutamente rinunciato per continuare a stare con lui?”
“No... so che tu non dovresti trovarti in questo posto, ma non posso cambiare le cose finché non deciderai di tornare nella realtà che rifiuti, quella in cui lui non c’è e il vostro contatto sarebbe limitato ai tuoi omaggi floreali sulla sua tomba... Ma, forse, tu hai ragione a voler rimanere dove sei, a vivere la vita che avevi scelto e che, senza ragione, ti è stata strappata. Voglio vederti solo sorridere.”
“Io sorrido sempre da quando lui è tornato indietro e posso stringerlo ancora a me giorno dopo giorno.”
“Mangia la torta, vado a parlare con il dottore.”
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venerdì 30 settembre 2011
Clevermind
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
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Seduto a guardare il panorama che scorreva rapido oltre il finestrino del treno che cambierà la mia vita mi sono congedato dai miei assilli per un intero viaggio, senza pormi domande ho assaporato il gusto della pura curiosità, dello scoprire cosa c’era oltre ogni albero che il convoglio superava a tutta velocità e di cosa mi attendeva alla fine del viaggio e se qualunque cosa fosse apparsa ai miei occhi sarebbe stata paragonabile a quanto fantasticavo.
Questa mattina, alle prime luci dell’alba, dopo una notte insonne trascorsa immobile nel mio letto, i raggi del sole entravano attraverso gli spiragli della persiana e mi sono voltato a guardarli, stanco, ma non a causa del mancato sonno piuttosto per tutto quello che la mia vita non era. Ho guardato il nuovo sterile giorno che arrivava e ho deciso con un impulso di collera che non ne sarebbe nato neanche più uno, sono balzato in piedi, sono corso a prendere un borsone e senza guardare ho buttato dentro abiti e qualche libro a caso, sono uscito di casa diretto alla stazione con il volume della musica al massimo, bombardandomi il cervello di note potenti, con gli occhi bassi ho attraversato la stazione, per non guardare alcun tabellone delle partenze, alla biglietteria ho chiesto di stamparmi il biglietto con il più alto chilometraggio, sarò sembrato un pazzo ed all’insistente domanda della giovane impiegata sul perché ho risposto che avevo bisogno di andare il più lontano possibile e lei non ha più chiesto nulla, mi ha guardato e mi ha sorriso comprensiva e allo stesso tempo affascinata, sono arrivato di fronte ai binari e ho raggiunto una posizione centrale, ad occhi chiusi ho girato su me stesso tre volte e poi li ho aperti, sempre a testa bassa, per non guardare la destinazione del treno che il caso aveva scelto per me.
Ho lasciato tutti, non sono rintracciabile, sono l’unico a sapere dove mi trovo in ogni istante, ho rinunciato al mio lavoro senza dare neanche uno straccio di dimissioni, non ho chiuso a chiave la porta di casa, se qualcuno volesse potrebbe rubare tutto e non mi importerebbe nulla ora come ora, non ho salutato i miei amici né i miei parenti né la mia compagna e non provo alcun senso di colpa per questo, sono estasiato dal senso di libertà assoluta. Mi esalta questo impulso, mi esalta il fatto di riuscire ancora a provarne, mi lascia credere che non è ancora tutto perduto, che posso ancora realizzare qualcosa per me stesso con i miei giorni. Non mi spaventa minimamente l’idea di finire chissà dove, in un posto dove non conosco nessuno, dove non ho un lavoro, non ho un tetto, potrei perfino non conoscere la lingua, con un budget limitato a quanto avevo disponibile in casa al momento della mia partenza e a quanto riuscirò a prelevare nei prossimi giorni dal mio conto in banca, prima che questo venga controllato a seguito della mia improvvisa ed inspiegabile sparizione, ma a quel punto io mi sarò già spostato.
Voglio abbandonare tutte le mie incertezze, tutte le mie paure, voglio costruirmi perché finora non l’ho fatto, ho accettato passivamente gli eventi e le casualità, mi sono lasciato plasmare da loro morendo dentro sempre un po’ di più di volta in volta. Esigo da me stesso che questa esperienza esorcizzi le mie paure, guarisca le mie ipocondrie, mi faccia agire invece di continuare a stare fermo sullo sfondo come spettatore della mia stessa vita. Ho dovuto staccare completamente, rinunciare a tutto perché l’unico modo per costruirmi è reinventarmi, è essere attore, impersonare qualcuno totalmente diverso da me, un uomo sicuro, pragmatico, razionale, con voglia d’agire ed attivo, che non si tira mai indietro, un uomo coraggioso e non condizionabile dagli altri.
sabato 24 settembre 2011
Vittima e carnefice.
La musica è la stenografia dell'emozione. Emozioni che si lasciano descrivere a parole con tali difficoltà sono direttamente trasmesse nella musica, ed in questo sta il suo potere ed il suo significato."
L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
Heinrich Heine
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L. Tolstoj
"Dove le parole finiscono, inizia la musica."
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Perduta nel
tempo, brancolante tra i secondi che scorrono sempre più rapidi e poi, d’improvviso,
decelerano tanto da sentir gravare sempre più sulle spalle quel tempo buttato. Ricorrono nella mente pensieri ossessivi, eco di frustrazioni. Come la
frustrazione per le pagine lasciate bianche da tanto tempo. Razionalità
prescriverebbe di riempirle ed archiviare così la cosa. Ma ogni frustrazione,
si sa, è figlia e madre. Razionalità non lo sa. Lei è al di fuori dei circoli
viziosi, segue Logica, che è lineare. Io, io conosco bene Razionalità, Logica ed
Emotività. Ho permesso loro di prendermi a braccetto tante volte ed ho
assistito a tante loro guerre, tutte combattute nella mia testa, dove si
contendono il dominio dei miei pensieri e, posso dire, da spettatrice, che un
motivo esiste se Emotività si batte da sola contro due validi avversarie: ha
più armi per dominarle, come il lazo dei circoli viziosi, appunto. Stordisce
con sentimenti ed emozioni contrastanti, senza addurre spiegazione alcuna per
ciascuno ed il suo contrario, così che Razionalità e Logica non abbiano
strumenti per attaccarla al di fuori dello sterile ed altrettanto non argomentabile “Non ha senso, o è l’uno o è l’altro, non puoi ritenere
contemporaneamente vera un’emozione ed il suo contrario.” “Ed invece è così” –
risponde quella. Sterile, tutto. Ne hanno per ore, giorni, mesi o anni, quando
cominciano a scontrarsi su qualcheduna delle mie idee o emozioni. Ed io
rimango in sospensione di giudizio su quel pensiero per tutto il tempo in cui
loro dibattono e, così, Emotività ottiene una nuova vittoria: genera altre
ansie che mettono al mondo nuove frustrazioni che accudiscono la mia depressione,
perché possa trovare sempre un giaciglio confortevole in cui continuare a
risiedere. E per quanto, talvolta, io fornisca armi di contrabbando a
Razionalità e Logica, Emotività, con le sue sole forze, riesce a protrarre
sempre la battaglia, talmente a lungo che io continuo a rimanere ferma. Il
tempo scorre, inesorabile, senza che io abbia compiuto alcuna azione. Rimango
immobile. Per tutto. Per tutti. O meglio: per tutto e per tutti per come la
vedo io, che sono dentro di me e, di conseguenza, l’unica a poter sapere
davvero come stanno le cose; so per certo che chi è al di fuori di me non
riesce a vedere questa immobilità o, al più, ne vede solo una parte perché
coglie alcuni dei tentativi di agire che attuo, e li interpreta come un mio moto durevole, che si
affievolisce di tanto in tanto, forse per stanchezza, ma che non scompare. Ma
questi tentativi, io so non essere assolutamente sufficienti per sovvertire la
mia condizione. Per contrastare l’immobilità verso tutto, a dire il vero, non
faccio molto, perché è la cosa su cui quelle tre si scontrano di più: il loro
terreno di guerra più fertile è, senza dubbio, il mio rapporto con la Vita ed
il Mondo, quindi di base il rapporto con me stessa. Ed essendo tali argomenti
motivo dei loro più lunghi dibattiti, io non riesco quasi mai ad agire per me
stessa verso il tutto. Per contrastare l’immobilità verso tutti ho un più
ampio margine d’azione. Dibattono meno su quello. Quando rimango ferma verso
tutti, è perché Emotività ha trovato il modo di inserire nel discorso sulle mie
azioni verso gli altri qualche congettura che riconduce a me, e da qui seguono
battaglie ancora più aspre delle precedenti, perché coinvolgono “tutti e tutto”.
Ma il vero nodo della questione dell’immobilità quasi assoluta verso tutto e
della maggiore attività verso tutti risiede sempre nelle capacità di Emotività.
Un’altra sua vittoria: l’indurmi ad occuparmi di ciò che è altro da me per
sentirmi appagata, ma soprattutto, diabolicamente da parte sua, per tenermi
lontano dalle battaglie che conduce su di me, cosicché io non abbia modo, stufa
delle sue vittorie, di schierarmi con Razionalità e Logica. Mi lascia fuori, a
non occuparmi di me e con l’atroce dubbio che, l’occuparmi degli altri, quelle
volte in cui riesco a farlo, siano frutto di puro egoismo, unicamente un modo
per fuggire da me stessa e questo le offre ulteriori spunti per ingabbiarmi
nelle mie ansie e paranoie, buttandomi sempre più giù, lasciandomi sempre più inorridita
da me stessa e sempre più vulnerabile ai suoi attacchi. Le volte in cui,
invece, vorrei occuparmi dell’altro da me ma sono immobilizzata dalle guerre
che si consumano nella mia testa, Emotività sfodera l’altra sua arma, quella
del senso di colpa che porta con sé spiacevoli sensazioni come l’inadeguatezza.
E così io rimango, comunque, sua vittima, immobile o meno.
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